|
versione stampabile >>
Basilea 2: verso una maggiore 'managerialità' nel rapporto banca impresa
1. La crescita aziendale: alcune
osservazioni sul ruolo della formazione
Il
fenomeno della crescita aziendale si presenta da sempre molto complesso per le
numerose implicazioni che determina, sia sulla struttura organizzativa
dell’azienda, che sulla gestione della medesima. Talvolta nascono alcuni
equivoci sulla crescita aziendale, come ad esempio credere che ad un aumento del
fatturato e delle vendite corrisponda un aumento dei margini di guadagno
(credenza molto spesso infondata) oppure come ritenere che il fenomeno della
crescita debba essere circoscritto alla sola produzione, determinando
investimenti in macchinari ed impianti che talvolta possono rilevarsi pericolosi
e/o non appropriati.
Ovviamente
non è possibile esaminare tutte le fattispecie, inoltre ogni azienda ha una sua
storia ed una sua tradizione che difficilmente possono essere classificate in
schemi teorici, tuttavia è bene ricordare alcuni principi propri della scienza
economico-aziendale:
- l’azienda ha una vita
propria ed ha come fine quello di perdurare nel tempo in condizioni di
equilibrio economico;
- l’aumento delle
vendite determina un incremento dei ricavi, cui corrisponde necessariamente
un incremento dei costi, sia variabili, che fissi: l’aumento della
redditività aziendale dipende dall’andamento dei costi rispetto ai
ricavi. Un aumento più che proporzionale dei costi determina una minore
redditività; viceversa un aumento meno che proporzionale dei costi aumenta
la redditività a parità di fatturato;
- la crescita aziendale
non è un fenomeno meramente produttivo. All’aumento della produzione
devono affiancarsi importanti cambiamenti organizzativi, coinvolgendo il
personale a tutti i livelli ed il modus
operandi aziendale;
- la crescita aziendale
determina anche un cambiamento nei meccanismi di controllo e di direzione
dell’azienda: da un modello accentrato si dovrà passare ad un modello
basato sulla delega, incentivando modelli organizzativi flessibili e
premianti;
- la crescita aziendale
richiede investimenti anche nella formazione aziendale, perché è bene
ricordare che la crescita aziendale è
alla fine un processo di cambiamento
culturale senza il quale difficilmente l’azienda riuscirà ad
adattarsi alle mutevoli condizioni ambientali mantenendo la propria
competitività.
Purtroppo
la dimensione culturale nel complesso processo di crescita aziendale
è scarsamente avvertita e presa in considerazione:
molte aziende preferiscono investire in macchinari, impianti, in tecnologia, in
nuovi strumenti commerciali, tralasciando la formazione del proprio management e
ritenendo in modo errato di poter controllare e governare la propria realtà
alla stessa stregua di quando l’azienda stessa aveva dimensioni più ridotte.
Con
il termine managerializzazione si vuole richiamare l’esigenza di spingere le
aziende ad investire, sia in strumenti manageriali adeguati a garantire un
efficace controllo/governo dell’azienda medesima (programmazione e controllo
della gestione, processi di budgeting, contabilità analitica, reporting,
analisi gestionale delle variabili economico finanziarie ecc.), che in attività
di formazione.
La formazione è sempre più un asset
indispensabile per la competitività aziendale: sia per aggiornare il
proprio management, che per motivarlo e
gratificarlo nel tempo in una prospettiva dinamica che riprenda la dinamicità
del mercato attuale del lavoro. La formazione
come asset strategico partecipa a
formare il vantaggio ed il posizionamento competitivo dell’azienda
contribuendo a creare il valore aziendale: se volessimo riprendere lo schema di
M. E. Porter sulla catena del valore potremmo affermare senza paura di essere
contraddetti che la formazione è a tutti i livelli sicuramente un’attività
rivolta alla produzione del valore dell’azienda.
Come
tipologia di investimento la formazione richiede molto tempo, richiede costanza
e continuità e soprattutto richiede partecipazione e condivisione: la
formazione è un processo di attività che deve coinvolgere tutta l’azienda e
deve essere sempre presente all’interno dell’azienda.
Non
è possibile concepire – se non in casi particolari – attività di
formazione occasionale e sporadica: la formazione se è un asset
strategico per la competitività aziendale deve entrare a far parte della
formula imprenditoriale.
Solo
attraverso un’adeguata attività di formazione di può garantire all’azienda
la crescita culturale necessaria per essere sempre, in ogni istante, aggiornata
e competitiva sui nuovi mercati sempre più globali. A questo riguardo si pensi
alle aziende più grandi ed a come vadano sempre alla ricerca di questo asset con programmi di attività di formazione: ho avuto la fortuna
di fare della formazione anche per Telecom ed è stupefacente pensare alle
risorse personali, strumentali (hanno un centro per la formazione a Roma) e
finanziarie che questo gruppo destina a questa attività.
Se
la formazione è strategica per le grandi aziende a maggior ragione lo deve
essere per le piccole e medie che difficilmente possono acquistare sul mercato
del lavoro il know-how di cui necessitano: acquistare le competenze sul mercato
del lavoro è più facile e veloce, ma costa molto di più; produrre al proprio
interno dette competenze richiede più tempo, ma costa meno e soprattutto
produce vantaggi non misurabili in termini di fidelizzazione del personale, del
management, in termini di motivazione, di team building ed in termini di identità
ed immagine aziendale. E’ come per un club calcistico acquistare un giocatore
sul mercato dopo che è divenuto famoso, o crescerlo nel proprio vivaio e poi.
Magari venderlo quando maturo è divenuto un campione.
2. Il modello del Family Business
La
ricerca di una maggiore managerialità aziendale anche attraverso la formazione
si scontra nel nostro Paese con un modello di sviluppo imprenditoriale
tradizionalmente accentratore e scarsamente attento a certe tematiche: il
modello delle aziende familiari o del Family Business.
L’imprenditore
– molto spesso proprietario – difficilmente è sensibile ai temi della
managerialità e della formazione: spesso proviene dalla produzione, è un
finissimo conoscitore degli aspetti tecnici della propria azienda, ha fondato il
proprio successo sulla propria immagine e sul rapporto fiduciario che ha con i
fornitori e con i clienti, ha un rapporto diretto con le banche alle quali offre
garanzie personali e patrimoniali proprie, in una parola è lui la propria
azienda.
Ciò
che mi chiedo è cosa succede quando i fornitori e/o i clienti diventano
multinazionali straniere; cosa succede quando l’azienda cresce ed entra in
concorrenza con aziende molto più grandi, diversamente organizzate e gestite;
cosa succede quando la tecnologia impera; cosa succede quando le cose cambiano
continuamente e diviene difficile stare al passo con i tempi; cosa succede
quando l’imprenditore deve lasciare il posto ai figli o ai nipoti?
Quello
che succede o che dovrebbe succedere è che si dovrebbe cambiare modello
imprenditoriale: l’azienda si deve aprire ad una maggiore managerialità:
- circondarsi di un
management competente
- dotarsi di strumenti di
“controllo a distanza”
- programmare nel
dettaglio la propria attività
- definire una strategia
di crescita
- creare una identità
dell’azienda separata dall’identità dell’imprenditore.
Uno
dei fattori che rende difficile in Italia la realizzazione di quanto sopra è
rappresentato dal rapporto con le banche. Il rapporto tra banca ed impresa in
Italia è un rapporto abbastanza anomalo: basti pensare alle garanzie che le
banche richiedono per concedere affidamenti ed a come la concessione del credito
non sia legata alla meritevolezza dell’azienda quanto alla capacità
dell’imprenditore di dare garanzie.
Il
rapporto banca-impresa appare nel nostro Paese un po’ troppo “fatto in
casa” e scarsamente adatto a sostenere le aziende nella crescente competitività
internazionale. Prova ne è il fatto che anche grandi gruppi industriali
italiani con stabilimenti produttivi sparsi in Europa o nel mondo sono
finanziati interamente o quasi con capitale italiano e spesso con capitale
locale. Ciò è anche legato al fatto che il sistema contabile e di bilancio
disciplinato dal codice civile non si presta ad essere compreso dagli attori
finanziari internazionali che adottano altri parametri di valutazione: a questo
riguardo l’introduzione anche nel nostro Paese dei principi contabili
internazionali (IAS) dovrebbe facilitare una internazionalizzazione del mercato
dei capitali per le aziende italiane.
Se
il capitale pur non essendo un fattore produttivo in senso economico-aziendale
può essere ad essi assimilato, e come essi ha un costo, parrebbe logico che
l’azienda andasse a comprare il capitale nei mercati in cui costa meno così
come fa per il fattore lavoro ecc. Ciò non sempre accade. Perché?
In
parte per la non adeguatezza dei documenti contabili (il linguaggio contabile
deve essere il medesimo), in altra parte perché è più facile acquistare il
capitale in Italia dove il rapporto banca impresa poggia sulle garanzie
prestate, sull’immagine dell’imprenditore e sul rapporto fiduciario
instaurato con la banca, piuttosto che sulle caratteristiche meritorie
dell’azienda e delle sue performance.
3. Basilea 2
In
questo scenario si inserisce l’accordo di Basilea 2 poggiante su tre pilastri
fondamentali:
- Le regole per la
quantificazione dei rischi.
- I nuovi principi guida
per la supervisione degli organi di controllo nazionali.
- Il ricorso alla
disciplina di mercato.
Basilea
2 intende modificare il rapporto banca impresa
aprendolo alle logiche del mercato e basandolo sulla valutazione
oggettiva della meritevolezza dell’azienda in termini di affidabilità e di
rischio di insolvenza.
Con
Basilea 2 cambiano le premesse su cui poggia il rapporto banca impresa, ma
cambia anche il linguaggio di comunicazione tra la banca e l’impresa medesima:
la comunicazione dovrà avvenire in modo regolare con la presentazione di report
in grado di evidenziare le strategie aziendali, i piani aziendali ed il grado di
raggiungimento degli obiettivi aziendali. La banca valuterà sempre più la
coerenza dell’azienda e la capacità della stessa di fare e di raggiungere ciò
che ha stabilito. Per questa via le gestione dovrà divenire sempre più fondata
su strumenti di natura manageriale e sempre meno lasciata all’improvvisazione.
Fare impresa non è solo attuare processi produttivi ma saperli organizzare in
maniera efficiente valutando
preventivamente i fabbisogni finanziari;
individuando le opportune fonti di finanziamento; garantendo una congrua
remunerazione ai conferenti capitali.
A
questo scopo si inseriscono strumenti quali:
- Pianificazione
finanziaria
- Indicatori di sintesi
degli equilibri patrimoniali, finanziari ed economici
- Sviluppo delle nuove
figure professionali
- Ripensamento del sistema
informativo aziendale
- Sistema di budgeting e
reporting
- Risk analysis
Le banche dovranno detenere un patrimonio di
vigilanza almeno pari all’8% degli impieghi ponderati per il rischio della
singola impresa affidata. I pesi (Risk
Weight) saranno calcolati mediante:
- Rating Interni
- Approccio Standard
Un
elemento di valutazione a favore dell’azienda è rappresentato dalla maggior
presenza di capitale proprio e dal minore indebitamento finanziario. Si vuole
sviluppare un modello rating – rate nel
quale le componenti di rischio per il metodo dei rating interni sono
rappresentate:
- Probabilità di
inadempienza (“probability of default” - PD)
- Perdita in caso di
inadempienza (“loss given default” - LGD)
- Esposizione al momento
dell’inadempienza (“exposure at default” - EAD)
- Durata (“effective
maturity” - M)
Per
le azienda diviene importante conoscere come le banche calcolano il rating e
cercare per quanto possibile di autovalutarsi allo scopo di attuare politiche
volte al miglioramento del medesimo.
L’autovalutazione
da parte dell’impresa diventa un momento importantissimo con il quale si vuole
tutelare l’interesse alla tutela del risparmio dei soci e dei finanziatori
della banca; l’interesse alla tutela delle altre aziende affidate;
l’interesse alla tutela del sistema finanziario nel suo complesso.
L’autovalutazione
da parte dell’impresa deve mirare a determinare il cosiddetto (Bankability Rate) attraverso l’analisi dei profili
consuntivi patrimoniali e reddituali, dei dati previsionali patrimoniali e
reddituali, della puntualità nell’adempiere alle obbligazioni con la banca,
della puntualità nell’adempiere alle obbligazioni contratte con altre banche,
dell’adeguatezza del posizionamento competitivo dei prodotti e servizi
offerti, dell’adeguatezza della struttura interna, della qualità
dell’attività di pianificazione, dell’assenza di informazioni negative
circa l’attività dell’azienda e dell’assenza di pregiudizievoli in capo
alla società, ai soci o agli esponenti aziendali.
Il Bankability rate (B rate) è’ un indicatore sintetico
(compreso fra 0 e 100%) del grado di “facilità” con cui un’azienda può
ottenere finanziamenti dal sistema bancario.
Esso
guida l’azienda nella comprensione dei meccanismi di raccolta, elaborazione e
valutazione delle informazioni e nell’individuazione degli interventi
prioritari.
Per
la sua determinazione il processo di autovalutazione passa attraverso le
seguenti fasi:
- Analisi dei
pregiudizievoli
- Analisi quantitativa
- Analisi qualitativa
- Determinazione del B
rate
- Analisi delle garanzie
Basilea
2 non rappresenta solo un cambiamento del rapporto banca impresa, sicuramente
utile al sostegno della competitività aziendale nei nuovi mercati globali.
Basilea 2, mi auguro, deve rappresentare per le aziende italiane un driver
con cui crescere in managerialità, dotarsi di nuovi strumenti di governo,
aprirsi ad una maggiore cultura economico-aziendale. Solo per questa via le
aziende italiane, pur mantenendo un modello di sviluppo di tipo familiare,
potranno essere competitive rispetto alle aziende straniere, che già da tempo
hanno sviluppato al proprio interno adeguati strumenti di gestione.
L’auspicio
che faccio è che le aziende italiane sappiano cogliere questa importante
opportunità ed inizino ad investire in formazione al proprio interno:
l’implementazione di strumenti contabili e gestionali, infatti, non può
esaurirsi in aspetti tecnici e/o in consulenze, ma deve spingere le aziende a
ricercare costanti processi di aggiornamento che solo l’attività di
formazione continua rivolta al management ed ai dipendenti può
dare.
Condividi su:
per ricevere automaticamente notizie in merito ad aggiornamenti nei contenuti >>
invia commenti e riflessioni a: feedback@sapereperfare.it
per proposte nell'ambito del progetto scrivi a: proposals@sapereperfare.it
|