24/01/2005

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Scelta radicale

C’è talvolta una incomprensione riguardo alla pratica della meditazione; qualcuno ritiene che questa pratica sia ininfluente su tutti i propri bagagli mentali; taluno ritiene che si tratti di aderire a una nuova religione ; qualcuno semplicemente sostiene che si tratta di andare, senza chiedersi niente. A mio parere tutte tre le posizioni sono sbagliate ed estreme.

Partiamo dall’ultima posizione che, come tutte le posizioni ha in sé qualcosa di vero. Andare senza chiedersi niente. Bello, è senz’altro un risultato eccellente, ma appunto è un risultato della pratica e può essere la pratica stessa ma dopo essere passati attraverso una triplice fase: all’inizio la pratica è appunto “solo pratica”(non si ha un’esatta cognizione dei nostri scopi e tantomeno una visione profonda) , poi è pratica “tecnica” (cioè non è più “solo pratica” ma ha acquisito delle caratteristiche tecniche ben precise) per ridivenire, infine, “solo pratica” . Quest’ultima “solo pratica” è però diversa dalla prima dello stesso nome in quanto illuminata dalla luce della consapevolezza e della visione profonda.

Direi che questa posizione (“solo pratica”, senza chiedersi e senza prefiggersi niente) è quella della “pratica ideale”, quella a cui forse tutti si arriva dopo parecchi anni : la consapevolezza che non solo non c’è nulla da cercare ma che “cercare di ottenere qualcosa” è giusto in contrapposizione con la visione profonda che mostra come tutto il nostro mondo interiore sorga in relazione alle sei basi del contatto sensoriale: vista, udito, tatto, odorato, gusto e organo mentale. “ Con la sensazione come condizione sorge il desiderio; con il desiderio come condizione sorge l’afferrare ( o l’aderire a) ; con l’afferrare come condizione sorge l’esistere; con l’esistere come condizione, sorge il nascere; con il nascere come condizione sorgono l’invecchiare e il morire, l’essere tristi, il lamentarsi, la pena, il dolore e la disperazione” (Brahmajala sutta ) . Praticare con uno scopo, alla luce della visione del sorgere condizionato, diventa una contraddizione: si pratica l’afferrare o aderire a; si pratica cioè uno degli anelli del sorgere in dipendenza; si ricrea un’ennesima situazione “condizionata da”. Si cade nella religione che in genere è caratterizzata dall’”aderire a” e dal “desiderare”, sia pure cosìddetto spirituale. Non è la liberazione, che invece si identifica con il lasciar cadere, il lasciare andare, lo “sbarazzarsi di”; lo sbarazzarsi di bagagli inutili e spesso dannosi. Ma per lasciare andare occorre una visione davvero profonda, penetrante, del reale; una visione che non si lasci invischiare da contenuti, sia pure i contenuti “nobili” che crediamo di possedere ( e che invece sono anch’essi sorti “in dipendenza da”; dall’educazione, dall’affetto per i nostri cari, i nostri maestri ecc.) ; una visione che vada a vedere invece i processi : il contatto sensoriale con le cose o con le idee, il sorgere di piacere (la sensazione piacevole), il desiderio di riprodurlo, l’afferrare, il sorgere ecc. . Purtoppo questa visione è lontana anche da molti praticanti.

Esaminando questo punto di vista, abbiamo anche , incidentalmente, esaminato quello della religione. Entrare nella meditazione (nel Buddhismo o nell’Induismo o altro) come in una nuova religione, significa solo sostituire sbaglio a sbaglio, adesione ad adesione, afferramento ad afferramento. Si vanno a cercare i bei templi, gli incensi, i maestri, le liturgie. Si sostituiscono bagagli con altri bagagli. Ne vale la pena?

Il terzo punto di vista è, a mia conoscenza, il più diffuso. “Pratico la meditazione conservando tutte le mie credenze originali, i miei punti di vista, la mia visione del mondo” . Beh, non è che davvero uno pensa così, in realtà la consapevolezza è in genere più confusa. Si pratica una sorta di ecumenismo che in realtà è un voler salvare capra e cavoli. Si cita spesso il Dalai Lama che dice che ognuno dovrebbe restare nella sua religione originale piuttosto che aderire ad un’altra. Ma il Dalai Lama ha la visione profonda, quello che sicuramente intende dire è che è inutile aderire ad una nuova religione (in questo caso il Buddhismo) e dice questo proprio perché egli vede come nella maggior parte dei casi sia solo un cambiare i propri bagagli. Ma è chiaro che per il Dalai la Liberazione non ha nulla a che fare con la conservazione dei propri bagagli mentali: Il Dalai è un seguace di Nagarjuna la cui critica proprio ad ogni tipo di concezione mentale ( e quindi ai propri “bagaglini” come dicono a Bologna) è radicale. In sostanza: se non si ha la visione profonda, se non si vede cioè che tutto sorge in dipendenza dal contatto, dalla sensazione e dall’afferrare (nonché dall’ignoranza generale di questi processi), tanto vale restare nelle proprie credenze e semplicemente condurre una vita la più buona possibile.

La scelta radicale del titolo allude all’eliminazione dei Punti di vista. Con questo non intendo una soppressione forzata quanto un processo di autoeducazione all’accorgersi dei “punti di vista”. Quando esprimiamo un’opinione ad es. rendiamoci conto di stare esprimendo un’opinione (invece normalmente pensiamo di esprimere una verità) . Giungiamo poi, nella meditazione, a notare ogni volta che sorge anche solo un pensiero, anche solo un’impressione, un “segno”. In questo modo la mente diverrà libera, si sbarazzerà di ogni cianfrusaglia che l’assilla. Potremo prestare attenzione alle relazioni: la relazione dell’orecchio con un suono, la relazione/contatto del corpo con un oggetto, la relazione della mente con gli oggetti mentali (contenuti, punti di vista ecc.) . E’ la meditazione sulla vacuità in cui tutto appare nello spazio, rumori, sensazioni, percezioni, pensieri…

Divenire liberi non sembra interessare. Eppure è così meraviglioso quando si assapora la libertà dalla costrizione, dal condizionamento, da ogni tipo di paura.

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