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Scelta radicale
C’è
talvolta una incomprensione riguardo
alla pratica della meditazione;
qualcuno ritiene che questa pratica sia ininfluente su tutti i propri bagagli
mentali; taluno ritiene che si tratti di aderire a una nuova religione ;
qualcuno semplicemente sostiene che si tratta di andare, senza chiedersi niente.
A mio parere tutte tre le posizioni sono sbagliate ed estreme.
Partiamo
dall’ultima posizione che, come tutte le posizioni ha in sé
qualcosa di vero. Andare senza chiedersi niente. Bello, è senz’altro un
risultato eccellente, ma appunto è un risultato della pratica e può essere la
pratica stessa ma dopo essere passati attraverso
una triplice fase: all’inizio la pratica è appunto “solo
pratica”(non si ha un’esatta cognizione dei nostri scopi e tantomeno una
visione profonda) , poi è pratica “tecnica” (cioè non è più “solo
pratica” ma ha acquisito delle caratteristiche tecniche ben precise) per
ridivenire, infine, “solo pratica” . Quest’ultima “solo pratica” è
però diversa dalla prima dello stesso nome in quanto illuminata dalla luce
della consapevolezza e della visione profonda.
Direi
che questa posizione (“solo pratica”, senza chiedersi e senza prefiggersi
niente) è quella della “pratica ideale”, quella a cui forse tutti si arriva
dopo parecchi anni : la consapevolezza che non solo non c’è nulla da cercare
ma che “cercare di ottenere qualcosa” è giusto in contrapposizione con la
visione profonda che mostra come tutto il nostro mondo interiore sorga in
relazione alle sei basi del contatto sensoriale: vista, udito, tatto, odorato,
gusto e organo mentale. “ Con la sensazione come condizione sorge il
desiderio; con il desiderio come condizione sorge l’afferrare ( o l’aderire
a) ; con l’afferrare come condizione sorge l’esistere; con l’esistere come
condizione, sorge il nascere; con il nascere come condizione sorgono
l’invecchiare e il morire, l’essere tristi, il lamentarsi, la pena, il
dolore e la disperazione” (Brahmajala sutta ) . Praticare con uno
scopo, alla luce della visione del sorgere condizionato, diventa una
contraddizione: si pratica l’afferrare o aderire a; si pratica cioè
uno degli anelli del sorgere in dipendenza; si ricrea un’ennesima situazione
“condizionata da”. Si cade nella religione che in genere è caratterizzata
dall’”aderire a” e dal “desiderare”, sia pure cosìddetto spirituale.
Non è la liberazione, che invece si identifica con il lasciar cadere, il
lasciare andare, lo “sbarazzarsi di”; lo sbarazzarsi di bagagli inutili e
spesso dannosi. Ma per lasciare andare occorre una visione davvero profonda,
penetrante, del reale; una visione che non si lasci invischiare da contenuti,
sia pure i contenuti “nobili” che crediamo di possedere ( e che invece sono
anch’essi sorti “in dipendenza da”;
dall’educazione, dall’affetto per i nostri cari, i nostri maestri ecc.) ;
una visione che vada a vedere invece i processi : il contatto sensoriale con le
cose o con le idee, il sorgere di piacere (la sensazione piacevole), il
desiderio di riprodurlo, l’afferrare, il sorgere ecc. . Purtoppo questa
visione è lontana anche da molti praticanti.
Esaminando
questo punto di vista, abbiamo anche , incidentalmente, esaminato quello della
religione. Entrare nella meditazione (nel Buddhismo o nell’Induismo o altro)
come in una nuova religione, significa solo sostituire sbaglio a sbaglio,
adesione ad adesione, afferramento ad afferramento. Si vanno a cercare i bei
templi, gli incensi, i maestri, le liturgie. Si sostituiscono bagagli con altri
bagagli. Ne vale la pena?
Il
terzo punto di vista è, a mia conoscenza, il più diffuso. “Pratico la
meditazione conservando tutte le mie credenze originali, i miei punti di vista,
la mia visione del mondo” . Beh, non è che davvero uno pensa così, in realtà
la consapevolezza è in genere più confusa. Si pratica una sorta di ecumenismo
che in realtà è un voler salvare capra e cavoli. Si cita spesso il Dalai Lama
che dice che ognuno dovrebbe restare nella sua religione originale piuttosto che
aderire ad un’altra. Ma il Dalai Lama ha la visione profonda, quello che
sicuramente intende dire è che è inutile aderire ad una nuova religione (in
questo caso il Buddhismo) e dice questo proprio perché egli vede come nella
maggior parte dei casi sia solo un cambiare i propri bagagli. Ma è chiaro che
per il Dalai la Liberazione non ha nulla a che fare con la conservazione dei
propri bagagli mentali: Il Dalai è un seguace di Nagarjuna la cui critica
proprio ad ogni tipo di concezione mentale ( e quindi ai propri “bagaglini”
come dicono a Bologna) è radicale. In sostanza: se non si ha la visione
profonda, se non si vede cioè che tutto sorge in dipendenza dal contatto, dalla
sensazione e dall’afferrare (nonché dall’ignoranza generale di questi
processi), tanto vale restare nelle proprie credenze e semplicemente condurre
una vita la più buona possibile.
La
scelta radicale del titolo allude all’eliminazione dei Punti di vista. Con
questo non intendo una soppressione forzata quanto un processo di autoeducazione
all’accorgersi dei “punti di vista”. Quando esprimiamo un’opinione ad
es. rendiamoci conto di stare esprimendo un’opinione (invece normalmente
pensiamo di esprimere una verità) . Giungiamo poi, nella meditazione, a notare
ogni volta che sorge anche solo un pensiero, anche solo un’impressione, un
“segno”. In questo modo la mente diverrà libera, si sbarazzerà di ogni
cianfrusaglia che l’assilla. Potremo prestare attenzione alle relazioni: la
relazione dell’orecchio con un suono, la relazione/contatto del corpo con un
oggetto, la relazione della mente con gli oggetti mentali (contenuti, punti di
vista ecc.) . E’ la meditazione sulla vacuità in cui tutto appare nello
spazio, rumori, sensazioni, percezioni, pensieri…
Divenire
liberi non sembra interessare. Eppure è così meraviglioso quando si assapora
la libertà dalla costrizione, dal condizionamento, da ogni tipo di paura.
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