|
versione stampabile >>
Mr. So What? Onori ed oneri del rapporto fra Aziende ed Università
Perché negli Stati Uniti il rapporto fra
Aziende e Università è così intenso, ricco e fluido? Una conversazione con un
professore americano ci offre alcuni spunti di riflessione sul tema. Vederlo in
azione in un workshop formativo ci fa comprendere come sia possibile creare
attivamente contesti in cui sia l’università che le aziende si arricchiscono
dalle esperienze reciproche per creare un tangibile valore aggiunto.
Green Bay, Wisconsin (USA).
Martedì 4 gennaio 2005 ore 14
Fuori la temperatura è
candidamente a meno 15 . Nel breve
tratto fra l’auto e la porta d’ingresso dell’accogliente “family
restaurant” mi sono trovato a camminare stile oca fra una lastra di ghiaccio e
l’altra imbiancate dalla neve.
Sono seduto ad un comodo e
ampio tavolo (tutto è comodo e ampio da queste parti). Di fronte a me “Mr. So
What?” armato di un elegante cappellino da baseball nero. Io sono armato di
penna e notebook; mi sembra di essere tornato indietro nel tempo di dieci e
passa anni quando l’ho incontrato per la prima volta. Mi sento tornato
studente e la sensazione mi da energia. “Mr. So What?” è ancora professore
presso la locale Università del Wisconsin; insegna, anzi facilita
l’apprendimento (come piace dire a lui) delle dinamiche legate alla
comunicazione interna aziendale.
Concretezza nel rapporto tra aziende e università
“Mr. So What?” è il
Professor Phillip Clampitt (la spiegazione sul “So What?” nelle prossime
righe) recentemente nominato Hendrickson Professor of Business.
Un sorso di te freddo dal
bicchierone di plastica riempito di ghiaccio e parto:
“Hey
Phil, cosa vuol dire Hendrickson Professor of Business?”
Phil, sporgendo leggermente la
testa in avanti, è pronto a replicare quasi sussurrando: “Non dire che te
l’ho detto io, ma questa nomina che ho ricevuto mi ha promosso al top del
ruolo di professore. E’ un titolo molto prestigioso presso l’Università e
viene assegnato da parte di colleghi a chi ha mostrato e mostra di rapportare
efficacemente la ricerca svolta nel proprio ruolo allo sviluppo economico reale
delle aziende.”
Phil è genuinamente modesto
per natura e sono convinto che non sarà troppo contento quando si farà
tradurre queste righe; il fatto è che quel momento e quel contesto vanno
talmente all’essenza del personaggio che non potevo non renderne
testimonianza.
Mi sento sempre più a mio agio
nel ruolo di pseudo-reporter. “Phil, ma in concreto cosa significa nel tuo
settore rapportare la ricerca allo sviluppo economico?”
Mi guarda con un’aria solo in
apparenza distratta “Vuol dire sviluppare teorie e idee per migliorare il modo
in cui si lavora e poi riuscire a metterle in pratica. Tante idee valgono zero
se non si mettono alla prova e se ne testa l’utilità. Solo in questo modo si
riesce ad affinare il proprio pensiero e si impara qualcosa di veramente
utile.”
“Per poter far questo è
necessario che ci sia uno stretto rapporto operativo fra università e aziende
della comunità…” “Si, in effetti sono anni che abbiamo sviluppato un
metodo di lavoro con le aziende che ci porta a collaborare assieme alla
soluzione di molte delle problematiche che le aziende si trovano a gestire. Per
noi professori e ricercatori è una cosa molto interessante e stimolante, un
banco prova concreto al nostro lavoro!”
“Ma non è frustrante
trovarti costantemente a mettere alla prova il tuo lavoro da parte di persone
che spesso sono scettiche o prevenute sui benefici di una comunicazione aperta
ed efficace in azienda che tu professi da anni?”
“Tutt’altro,
questo approccio è per me alla base del mio modo di interpretare il
ruolo di professore e consulente. La cosa fondamentale è non avere certezze e
convinzioni che limitano il nostro pensiero e senso di possibilità. Nel mio
lavoro, man mano che si invecchia e si acquisisce più esperienza, ci si rende
sempre più conto di quante cose non sappiamo e questo ci porta a farci e fare
tante domande. Io genero con il mio lavoro valore aggiunto allo sviluppo
economico quando stimolo concretamente imprenditori e manager a porsi le domande
giuste: le domande che arrivano al nocciolo del problema o dell’opportunità e
che stimolano un’efficace soluzione; che stimolano ad imparare e mettere a
frutto quanto si impara.”
La crociata delle domande giuste
Questa crociata delle
‘domande giuste’ Phil la porta avanti da anni con una candida disarmante
schiettezza. La più classica tra queste “domande giuste” è diventata un
suo brand personale, è la pungente (e spesso, a seconda del contesto,
irritante) “So What?” (‘E allora?’).
E’ una domanda che va
all’essenza della sua filosofia di pensiero ed azione: ‘Qualsiasi cosa fai o
pensi, mettici un So What? alla fine e datti modo di rispondere ’.
Ricordo l’impatto di questa
crociata sulla mia pelle quando avevo Phil come professore. Quel “So What?”
spesso mi suonava presuntoso, saputello e arrogante; nel conoscerlo meglio ho
poi capito che era semplicemente un modo per stimolarci (lui stesso incluso) a
imparare in modo entusiasta e costante portando sul pratico e concreto idee e
concetti innovativi.
Continuando a sorseggiare quel
te freddo mi tornano in mente quei momenti vissuti in aula parecchi anni fa.
Anche questi ricordi mi danno energia. “Mr. So What?” è stato ed è una
figura importante per la mia formazione professionale. Veniamo da mondi diversi
e abbiamo caratteri molto diversi, al tempo stesso ci unisce la ricerca di
capire, esplorare, conoscere, risolvere, stimolare noi stessi e gli altri a
pensare ed agire.
No, quel “So What?” che ti
piove in testa quando lavori con Phil non mi da più il benchè minimo fastidio.
Anzi, sono talmente a mio agio e nello spirito della sua crociata che abbiamo
deciso di collaborare assieme alla stesura di un nuovo libro che sarà
pubblicato dapprima negli USA e poi magari anche in Italia. Il progetto nasce
dai riscontri molto positivi che il libro “Accogliere l’Incertezza:
l’essenza della leadership” (che Clampitt ha scritto assieme a Bob DeKoch)
ha avuto sia negli USA che in Italia (Edizioni Guerini & Associati). Proprio
sulla scia del “So What?” daremo ancora più forza e concretezza al
messaggio del libro.
A questo punto sono
curiosissimo di vedere “Mr. So What?” in azione. Domani mattina alle 8 (!)
faciliterà un seminario con una decina di manager e impiegati. Titolo del
seminario “Leading and Inspiring”. Ok,
Mr. So What? accetto la sfida.
Mr.
So What? in azione.
Green Bay (Wisconsin) USA.
Mercoledì 5 gennaio 2005, ore 7.59. Parcheggio l’auto, nei 100 metri alla
porta dell’ampio edificio downtown sento tante piccole lame che aggrediscono
la pelle scoperta del mio viso (i meno 15 in queste condizioni di vento dal
vicino Canada si fanno sentire…); faccio gli occhi sottili, chino il capo e
punto deciso per la porta d’ingresso. Il workshop facilitato da “Mr. So What?”
è organizzato dall’Università del Wisconsin-Green Bay che effettivamente è
molto vicina alle aziende della vasta comunità locale ricca di organizzazioni
di medie e grandi dimensioni, attive nel settore cartario, meccanico e dei
servizi.
Sono le 8 in punto, apro la
porta che da su un’ampia sala interna e con mia sorpresa vedo già tutti
partecipanti seduti al tavolo ad U; stanno scrivendo in religioso silenzio.
“Mr. So What?” questa volta è armato di giacca e cravatta, mi fa un ampio
sorriso con un sussurrato “Good morning Riccardo”. Sembra a suo agio anche
senza il fido cappellino da baseball. Entra un altro partecipante, le si legge
in viso un senso di disagio: è in ritardo di ben 2 minuti!
Mattinieri e ‘ready to learn’
Alle 8.10 i partecipanti
(tutti, uomini e donne in abiti ‘smart-casual’) terminano il sondaggio
proposto da Phil e i cui risultati saranno discussi nel corso del workshop. Mi
introduce al gruppo, sono un osservatore ‘di fiducia’.
Io non posso fare a meno di
fare una battuta sul classico quarto d’ora accademico italiano. Una risata
collettiva di gusto. Mi viene anche spontaneo far riferimento al fatto che da
noi sarebbe impossibile organizzare un workshop alle 8 di mattina. In ogni caso,
nella conversazione che ne nasce, emerge subito il trucco: si parte alle 8 di
mattina ma per le 15.30 siamo già tutti pronti per andare a casa. Alle 17.30 si
cena. Mah, dopo anni vissuti negli USA ancora non mi sono abituato a questi
orari strani. Chiarisco che in Italia si comincia dopo ma si lavora fino a
pomeriggio inoltrato o anche fino a sera. Non siamo scansafatiche!
Mr. So What? introduce il suo
‘co-pilot’, il collega Tim Meyer specialista nel campo delle pubbliche
relazioni (Phil preferisce ‘facilitare’ tutti i suoi workshop in questo
modo, con una spalla concreta al suo fianco).
L’atmosfera rilassata e
probabilmente il vento che mi ha rallentato le funzioni celebrali stimola in me
un’immagine: Gianni e Pinotto. E’ un’immagine fugace legata alla
corporatura di pilot e co-pilot che, in piedi di fronte al tavolo ad U,
sorridono ma fanno anche sul serio nell’introdurre con metodo analitico come
si svilupperà il workshop.
Phil recita un simpatico
‘calcio di inizio’ che prontamente immortalo con la mia fida digitale.
Quando a sera
si torna a casa…
L’atmosfera continua ad
essere rilassata e sempre più concentrata. Ci sono molti scambi fra i
partecipanti, spesso vengo coinvolto. Un punto di vista ‘internazionale’
pare essere molto apprezzato. La crociata delle ‘domande giuste’ di ‘Mr.
So What?’ emerge rapidamente dalla discussione.
A questo punto il tema riguarda
l’efficacia nella comunicazione da parte di leader e viene mostrato un video
didattico preparato ad hoc e successivamente analizzato nelle sue dinamiche. La
cosa è molto professionale e trae beneficio da una strumentazione tecnologica
da far invidia ad uno studio di produzione televisivo.
Mr. So What? è bravo nel
rapportare temi e situazioni alla concretezza del quotidiano. Chiede al gruppo
“quel leader cosa dirà a sera a suo marito: ho fatto un buon lavoro nel
comunicare la nuova strategia gestionale?”. La domanda non è per niente
retorica e genera dibattito. Un
concetto chiave che emerge è quello di stimolare le persone ad esprimere il
proprio dissenso ed utilizzarlo allo scopo di rafforzare la concretezza e
praticità del messaggio che si vuole comunicare.
Il tempo passa velocemente,
molti dei partecipanti sorseggiano una fumante bevanda di colore scuro che
chiamano ‘hot coffee’
Quell’aroma acidognolo mi fa
ricordare quante volte mi sono trovato con colleghi manager negli USA attorno ad
tavolo riunioni tappezzato da ‘coffee mugs’ (tazze di caffè), credo che il
sorseggiare quella bevanda nel mentre parlano e ascoltano dia un senso di
sicurezza. È comunque qualcosa di molto insolito per noi Italiani.
Seguendo un flusso logico molto
coinvolgente si arriva al ‘piatto forte’ attuale di Mr. So What?, il Modello
del Progresso introdotto nel libro Accogliere l’Incertezza: l’essenza
della Leadership[1]
e poi ulteriormente sviluppato proprio grazie a contatti ed incontri legati
all’edizione italiana del libro.
Ora si inizia
ad imparare veramente qualcosa
Tante considerazioni, tante
idee, tante osservazioni finché… parte una bella slide con un “So What?”
e il gruppo si trova ad approfondire assunzioni e rivedere convinzioni che sino
a quel punto erano date per scontate.
Phil sottolinea in modo deciso
“È da questo momento in poi che iniziamo ad imparare qualcosa di veramente
utile e che potete iniziare ad utilizzare anche da domani mattina!”.
Nel partecipare al ‘sistema
di filtraggio delle idee’ del ‘So What?’ mi ritrovo a scribacchiare
velocemente annotazioni e spunti. Non vedo l’ora di approfondire e continuare
a mettere tutto alla prova del ‘So What?
Ci sarà da divertirs. La
costante sfida di Mr. So What? porta effettivamente ad apprendere e soprattutto
ad identificare modi concreti per lavorare meglio. In fondo tutto questo origina
da qualcosa che Clampitt sottolinea spesso: “mai smettere di chiedersi il
perché”.
Condividi su:
per ricevere automaticamente notizie in merito ad aggiornamenti nei contenuti >>
invia commenti e riflessioni a: feedback@sapereperfare.it
per proposte nell'ambito del progetto scrivi a: proposals@sapereperfare.it
|