05/07/2005

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Abbasso NOI, consulenti e formatori, quando...

In un appassionato editoriale del numero di Maggio di Persone&Conoscenze, Francesco Varanini coglie molti aspetti che caratterizzano l’attuale “malessere generale” delle aziende Italiane. Sono aziende che paiono caratterizzate da un senso di declino, di apatia, di tristezza. Chiariamo subito che queste sono (inevitabilmente) generalizzazioni in quanto ho personale la fortuna di collaborare con aziende dal sud al nord Italia che non sembrano contagiate più di tanto da questi malesseri (ma qui la questione da approfondire sul perché e percome è molto ampia e da farsi in modo molto approfondito – ne stiamo parlando su SaperePerFare.it ).

Si lotta, tutti siamo in lotta, questo si, e la lotta più dura è proprio quella dentro noi stessi per abbandonare e vincere schemi mentali rigidi che ci fanno pensare ed agire all’interno di circoli viziosi sempre più stretti, scialbi e grigi. Francesco, con lo stile schietto articolato e pungente che lo contraddistingue, evidenzia che le responsabilità di questo stato di cose sono da ricondursi a tutti noi che, a vario titolo, partecipiamo a questo meccanismo che non funziona più (ma, in verità, ha mai funzionato?!).

In particolare, Francesco “va giù duro” (finalmente) nei confronti di classe dirigente e manager scrivendo “Però la responsabilità di ognuno non può nascondere il fatto che c’è qualcuno sulle cui spalle grava una responsabilità speciale: i manager, la classe dirigente. A loro è affidata quella ricchezza sociale che sono le organizzazioni. A loro compete un buon uso delle risorse. E’ loro dovere, e allo stesso tempo loro interesse, creare condizioni per lavorare bene. Solo così una impresa può ottenere risultati. Solo se la classe dirigente è all’altezza del compito il nostro paese avrà un futuro di cui si possa andare orgogliosi”.

Io, nel mio piccolo, approfitto della volata che Francesco mi tira (a sua insaputa) e punto il dito per le stesse ragioni e motivazioni (e con la serenità, umiltà e schiettezza data dal mettermi costantemente in discussione per primo - mi sforzo di stare attento a quelle trappole degli schemi mentali rigidi) verso tutti noi consulenti e formatori (junior, senior, nazionali, internazionali, provinciali, cittadini, campagnoli, uomini, donne, laureati, diplomati, MBAizzati, ecc. ecc.) e faccio questo con un “abbasso noi consulenti e formatori…” di denuncia e provocazione:

Abbasso NOI, consulenti e formatori …

Quando predichiamo l’importanza di dare l’esempio e siamo noi i primi a non darlo;

Quando rendiamo i nostri clienti dipendenti dalle nostre “soluzioni” e idee e non li stimoliamo a valorizzare le soluzioni e le idee che già hanno nelle loro aziende (seppur nascoste o confuse);

Quando ci facciamo convinti portatori di “certezze” e saggezza quando in realtà non abbiamo le idee chiare nemmeno sui contenuti e sugli obiettivi del nostro ruolo professionale;

Quando partiamo dalle impeccabili giacche blu o dai tailleurs più o meno d’ordinanza per trasmettere un’immagine di professionalità e competenza;

Quando ci esprimiamo con termini che non siamo poi capaci di inserire spontaneamente in una frase che abbia un minimo di senso compiuto (e purtroppo non mi riferisco soltanto ai classici termini in inglese… ma anche a quelli in Italiano!);

Quando ci facciamo bravi e belli a “spappagallare” idee, teorie e pratiche del guru di turno senza renderci conto che quanto stiamo dicendo non ha ne senso ne valore per il contesto (temporale e geografico) del nostro cliente;

Quando predichiamo l’arte dell’ascolto attivo e poi finiamo troppo spesso per ascoltare, sempre e comunque, noi stessi;

Quando affermiamo di voler cercare di comprendere il conteso del cliente per personalizzare le nostre soluzioni ed invece ci stiamo semplicemente sforzando di trovare lo spiraglio giusto per infilare le nostre idee ed i nostri “percorsi formativi” già belli pronti e pacchettizzati;

Quando investiamo più tempo nel raccontarle le cose che nel farle;

Quando ci spacciamo come consulenti e formatori di esperienza e talento anche se delle aziende abbiamo visto e vissuto solo le scrivanie e le sale riunioni dei centri direzionali;

Quando non abbiamo il coraggio di vivere “l’aula” dalla parte dell’audience, mettendo “in cattedra” dirigenti, manager, impiegati, operai, perché ci insegnino qualcosa chiarendoci le idee e (inevitabilmente) chiarendo anche le proprie;

Quando siamo così arroganti e presuntuosi che ci autoconvinciamo di non esserlo;

Quando ci riduciamo a vivere ogni nuovo progetto come una routine.

A chi il compito di identificare il “quando”?

No, non siamo noi stessi (sarebbe troppo facile), non sono nemmeno i nostri clientI (sarebbe troppo scontato); sono i risultati concreti, il valore aggiunto reale e tangibile che riusciamo a generare collaborando con classe dirigente, operai, manager, imprenditori, impiegati.

Nei casi in cui questi risultati non arrivano ed il valore aggiunto del nostro lavoro è identificabile con difficoltà, possiamo star certi che siamo finiti (magari inconsapevolmente) in una delle “quando” trappole di cui sopra indicate.

Due inviti…

Cari colleghi, cari clienti, a questo punto mi permetto di farvi due inviti:

1) dare ancora più sostanza e concretezza alla lista che ho sopra proposto con vostre idee, riflessioni ed osservazioni;

2) mettere alla prova ogni giorno questa “cartina al tornasole” che abbiamo formato assieme.

Vuoi vedere che in questo modo riusciamo ad avere anche noi (consulenti e formatori) un vero ruolo significativo in questa “rinascita dell’imprenditoria italiana” che deve e può avvenire?!

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