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Abbasso NOI, consulenti e formatori, quando...
In un appassionato editoriale
del numero di Maggio di Persone&Conoscenze,
Francesco Varanini coglie molti aspetti che caratterizzano l’attuale
“malessere generale” delle aziende Italiane. Sono aziende che paiono
caratterizzate da un senso di declino, di apatia, di tristezza. Chiariamo subito
che queste sono (inevitabilmente) generalizzazioni in quanto ho personale la
fortuna di collaborare con aziende dal sud al nord Italia che non sembrano
contagiate più di tanto da questi malesseri (ma qui la questione da
approfondire sul perché e percome è molto ampia e da farsi in modo molto
approfondito – ne stiamo parlando su SaperePerFare.it
).
Si lotta, tutti siamo in lotta,
questo si, e la lotta più dura è proprio quella dentro noi stessi per
abbandonare e vincere schemi mentali rigidi che ci fanno pensare ed agire
all’interno di circoli viziosi sempre più stretti, scialbi e grigi.
Francesco, con lo stile schietto articolato e pungente che lo
contraddistingue, evidenzia che le responsabilità di questo stato di cose sono
da ricondursi a tutti noi che, a vario titolo, partecipiamo a questo meccanismo
che non funziona più (ma, in verità, ha mai funzionato?!).
In particolare, Francesco “va
giù duro” (finalmente) nei confronti di classe dirigente e manager scrivendo
“Però la responsabilità di ognuno non può nascondere il fatto che c’è
qualcuno sulle cui spalle grava una responsabilità speciale: i manager, la
classe dirigente. A loro è affidata quella ricchezza sociale che sono le
organizzazioni. A loro compete un buon uso delle risorse. E’ loro dovere, e
allo stesso tempo loro interesse, creare condizioni per lavorare bene. Solo così
una impresa può ottenere risultati. Solo se la classe dirigente è
all’altezza del compito il nostro paese avrà un futuro di cui si possa andare
orgogliosi”.
Io, nel mio piccolo, approfitto
della volata che Francesco mi tira (a sua insaputa) e punto il dito per le
stesse ragioni e motivazioni (e con la serenità, umiltà e schiettezza data dal
mettermi costantemente in discussione per primo - mi sforzo di stare attento a
quelle trappole degli schemi mentali rigidi) verso tutti noi consulenti e
formatori (junior, senior, nazionali, internazionali, provinciali, cittadini,
campagnoli, uomini, donne, laureati, diplomati, MBAizzati, ecc. ecc.) e faccio
questo con un “abbasso noi consulenti e formatori…” di denuncia e
provocazione:
Abbasso NOI, consulenti e formatori …
Quando predichiamo
l’importanza di dare l’esempio e siamo noi i primi a non darlo;
Quando rendiamo i nostri
clienti dipendenti dalle nostre “soluzioni” e idee e non li stimoliamo a
valorizzare le soluzioni e le idee che già hanno nelle loro aziende (seppur
nascoste o confuse);
Quando ci facciamo convinti
portatori di “certezze” e
saggezza quando in realtà non abbiamo le idee chiare nemmeno sui contenuti e
sugli obiettivi del nostro ruolo professionale;
Quando partiamo dalle
impeccabili giacche blu o dai tailleurs più o meno d’ordinanza per
trasmettere un’immagine di professionalità e competenza;
Quando ci esprimiamo con
termini che non siamo poi capaci di inserire spontaneamente in una frase che
abbia un minimo di senso compiuto (e purtroppo non mi riferisco soltanto ai
classici termini in inglese… ma anche a quelli in Italiano!);
Quando ci facciamo bravi e
belli a “spappagallare” idee, teorie e pratiche del guru di turno senza
renderci conto che quanto stiamo dicendo non ha ne senso ne valore per il
contesto (temporale e geografico) del nostro cliente;
Quando predichiamo l’arte
dell’ascolto attivo e poi finiamo troppo spesso per ascoltare, sempre e
comunque, noi stessi;
Quando affermiamo di voler
cercare di comprendere il conteso del cliente per personalizzare le nostre
soluzioni ed invece ci stiamo semplicemente sforzando di trovare lo spiraglio
giusto per infilare le nostre idee ed i nostri “percorsi formativi” già
belli pronti e pacchettizzati;
Quando investiamo più tempo
nel raccontarle le cose che nel farle;
Quando ci spacciamo come
consulenti e formatori di esperienza e talento anche se delle aziende abbiamo
visto e vissuto solo le scrivanie e le sale riunioni dei centri direzionali;
Quando non abbiamo il coraggio
di vivere “l’aula” dalla parte dell’audience, mettendo “in cattedra”
dirigenti, manager, impiegati, operai, perché ci insegnino qualcosa chiarendoci
le idee e (inevitabilmente) chiarendo anche le proprie;
Quando siamo così arroganti e
presuntuosi che ci autoconvinciamo di non esserlo;
Quando ci riduciamo a vivere
ogni nuovo progetto come una routine.
A chi il compito di identificare il
“quando”?
No, non siamo noi stessi
(sarebbe troppo facile), non sono nemmeno i nostri clientI (sarebbe troppo
scontato); sono i risultati concreti, il valore aggiunto reale e tangibile che
riusciamo a generare collaborando con classe dirigente, operai, manager,
imprenditori, impiegati.
Nei casi in cui questi
risultati non arrivano ed il valore aggiunto del nostro lavoro è identificabile
con difficoltà, possiamo star certi che siamo finiti (magari inconsapevolmente)
in una delle “quando” trappole di cui sopra indicate.
Due inviti…
Cari colleghi, cari clienti, a
questo punto mi permetto di farvi due inviti:
1)
dare ancora più sostanza e concretezza alla lista che ho sopra proposto
con vostre idee, riflessioni ed osservazioni;
2)
mettere alla prova ogni giorno questa “cartina al tornasole” che
abbiamo formato assieme.
Vuoi
vedere che in questo modo riusciamo ad avere anche noi (consulenti e formatori)
un vero ruolo significativo in questa “rinascita dell’imprenditoria
italiana” che deve e può avvenire?!
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