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Nuove e vecchie frontiere del management: la differenza fra il sensemaking ispirato e quello aspirato

Sensemaking una delle
tante parole inglesi che sentiamo sempre più di frequente in giro; spesso
utilizzata in modo improprio o semplicemente sbattuta in una frase più o meno a
caso perché pare dare sostanza e valenza a ciò che cerchiamo di comunicare. In
realtà, a differenza di molte altre espressioni gergali di management, il sensemaking
è destinato ad essere molto più di una moda passeggera. Sensemaking significa
dare un senso, inquadrare, contestualizzare seguendo un filone logico; in altre
parole cercare di attribuire un significato a ciò che facciamo e soprattutto a
contesti e situazioni complesse. Poiché la complessità è destinata a crescere
a causa di (o forse potremmo azzardare un “grazie a”)
tecnologia, evoluzioni geopolitiche, demografiche, sociali e culturali è
ormai molto importante per chiunque operi in un settore economico, a qualsiasi
livello, cercare di comprendere quanto stia accadendo allo scopo di trarne le
opportune considerazioni per il proprio presente e futuro. Da qui tutto il
filone di dibattiti, articoli, discussioni, libri ecc. dedicato al sensemaking
sia in forma esplicita che implicita: sono tutti supporti che noi abbiamo
per dare un senso alla realtà che ci circonda. Di per se quindi il sensemaking
non solo è una cosa positiva ma anche da incoraggiare e sviluppare. In ogni
caso, mi azzardo a riscontrare due filoni di sensemaking: quello che io
definisco “aspirato” (stile aspirapolvere) e quello che io definisco
“ispirato”. Ci sono differenze sostanziali fra i due approcci,
differenze alle quali ritengo che tutti noi dovremmo prestare la massima
attenzione allo scopo di gestire al meglio la risorsa più importante che
abbiamo: il tempo.
Il sensemaking aspirato:
più uno strumento di intrattenimento che di effettiva utilità…
Il concetto di sensemaking aspirato
mi è balzato in testa leggendo l’articolo di Francesco Zanotti pubblicato sul
numero 9 di Persone&Conoscenze:
“Innovare, diffondere, copiare: dove è la differenza?” e pubblicato anche
su SaperePerFare.it a questo link.
Non voglio soffermarmi a ribadire considerazioni sul caso specifico (un libro)
che Zanotti stesso ha già articolato in modo efficace; aldilà dell’indubbio
rispetto per chiunque investe tempo e risorse nello scrivere un libro, che senso
ha continuare a lavorare su idee già discusse senza nemmeno presentarle in un
modo fresco, maggiormente calato nella realtà in cui viviamo? Quante volte
apriamo un libro di nuova pubblicazione per riscontrare la presenza di
diagrammi, sondaggi, considerazioni già “trite e ritrite”? Mi trovo spesso
a fare questa constatazione sia riguardo a libri di pubblicazione Italiana che
straniera: ma cosa ho imparato veramente di nuovo da questa lettura? Come questa
lettura aiuta il mio sensemaking? Mi aiuta a dare un senso a eventi che
avvengono attorno a me e sulla base dei quali devo prendere decisioni? Vi
trovate mai a fare questa stessa considerazione? Ogni volta che abbiamo questo
dubbio, molto probabilmente ci troviamo di fronte a un libro, ad un dibattito,
ad un seminario che rappresenta il sensemaking aspirato: in un modo o
nell’altro i suoi contenuti sono frutto di un processo di aspirazione (stile
aspirapolvere) di idee, concetti, riflessioni che sono ormai da un po’ di
tempo in giro… Possiamo chiaramente fare di meglio, di molto meglio. Come?
Francesco Varanini in una breve nota a fianco dell’articolo di Zanotti
fa richiamo ad un verbo greco “metahérein” che significa “trasportare
oltre”, in altre parole mettere in discussione e portare costruttivamente su
un nuovo livello la ricchezza di conoscenze che già abbiamo: espandere ed
esplorare da quelle radici. Questa considerazione e una piacevolissima
conversazione con Gary Klein mi hanno aiutato ad inquadrare (sensemaking !) il
concetto di sensemaking ispirato come strumento per “trasportare
oltre” la conoscenza e farne un concreto strumento utile alla vita di tutti i
giorni, non semplicemente uno strumento di intrattenimento intellettivo…
Il sensemaking
ispirato: uno strumento di sviluppo concreto e collettivo…
Gary Klein è l’autore di due
libri di successo negli USA: “Sources of Power: How People Make Decisions” e
“The Power of Intuition: How to Use Your Gut Feeling to Make Better Decisions
at Work”, anche Malcolm Gladwell nel suo diffusissimo libro “Blink” (che
sono certo verrà presto pubblicato anche in Italia) fa diretto riferimento al
suo lavoro. Qualche settimana fa ho incontrato Klein a Chicago, da tempo
ammiravo il suo lavoro per freschezza ed
originalità e volevo conoscerlo di persona. In pochi minuti ci siamo ritrovati
a chiacchierare in modo alquanto schietto dell’evoluzione del management come
disciplina di ricerca applicata nel corso degli ultimi 10-15 anni e Klein (che
sta scrivendo un nuovo libro) senza troppi peli sulla lingua e facendo tesoro di
più di 30 anni di lavoro gomito gomito con nomi prestigiosi nel campo del
management come Charles Weick, ha affermato che siamo di fronte a varie
“frodi” riguardo al modo di percepire e comprendere cosa realmente avviene
nelle aziende. Un esempio: il modo
tradizionale e lineare di articolare e descrivere la pianificazione aziendale
(uno dei temi in vetta alla Hit Parade del sensemaking aspirato di cui
sopra…). Perché questo? Semplicemente perché se si osserva effettivamente
quanto avviene nelle aziende ci rendiamo conto che c’è ben poco in linea con
queste belle teorie… Ecco, il sensemaking ispirato si basa appunto su
questo concetto: cerchiamo di mettere da parte tante belle teorie distanti dalla
realtà o almeno mettiamole e mettiamoci sempre e comunque in discussione in
quello che facciamo e quello che pensiamo; facciamo tesoro delle esperienze
quotidiane di chi effettivamente è in
prima linea e mettiamoci noi stessi in prima linea per comprendere meglio quanto
realmente stia avvenendo. Anche secondo Klein questo potrebbe essere l’unico
modo per arrivare a comprendere ed utilizzare a nostro vantaggio le dinamiche di
una realtà che inevitabilmente accrescerà la sua complessità.
C’è bisogno di metodo, di
disciplina, di umiltà, di non prendere e di non dare niente per scontato
stimolando anche altre persone a vivere la propria realtà lavorativa in modo
critico e analitico. Si fa un gran parlare in Italia del fatto che le cose non
vanno… sarà allora il momento di cambiare qualcosa? Vogliamo essere concreti
ispiratori di ciò che possiamo rendere possibile o mediocri aspiratori di ciò
che abbiamo già constatato essere il passato o il presente?
Un’ultima nota di colore a
questa mia riflessione: aspirare, nella definizione che io ho dato, è
chiaramente associabile al gonfiarsi (finchè magari non si finisce per
esplodere); l’ispirare invece è associabile all’immagine dello sgonfiarsi
in quanto si diffondono, si condividono, si aprono alla discussione, le idee che
abbiamo generato. Interessante notare che Gary Klein, nonostante sia a capo di
una solida struttura consulenziale che ha clienti fra le aziende più importanti
a livello mondiale, sia una persona snellissima nel fisico e nel pensiero, si
faccia chiamare semplicemente Gary e vada in giro con un tono tutt’altro che
mondano. Si effettivamente Gary Klein ispira parecchio…
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