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Schemi Mentali: una volta era roba da libri di testo di psicologia; oggi invece...
Poco
più di anno fa, abbiamo iniziato l’avventura del progetto SaperePerFare.it
e ci siamo trovati subito a parlare di schemi mentali rigidi e dinamici (vedi
articolo di presentazione del progetto dal titolo “La
concretezza richiede il liberarsi da schemi mentali rigidi”) . Ricordo,
nel corso di un incontro, parecchie facce che concordavano con i concetti ma al
tempo stesso storcevano un po’ il naso perché sembravano qualcosa di troppo
accademico e teorico; roba giusta per salotti di discussione fra professori o
ricercatori in cerca di qualcosa di cui parlare.
Questa
faccenda degli schemi mentali aveva alimentato la nascita di SaperePerFare.it
perché la finalità del progetto è quella di darci stimoli per innovare il
dove, il quando e il come lavoriamo; in cerca del profitto, assolutamente sì
(altrimenti non si va avanti), ma in cerca anche di altre cose come ad esempio:
la felicità, il raggiungere un senso di soddisfazione e realizzazione per
quello che si fa (non importa quale sia il nostro ruolo), il conoscersi
veramente scoprendo quello che sappiamo fare bene e, con passione, metterlo in
pratica. Bello no? “Si, bello e
impossibile!” Pensano in molti. Infatti,
innovare, metterci in discussione, rivedere quello che facciamo, come lo
facciamo, il reinventarsi (a livello individuale ed organizzativo) richiede lo
staccarsi da quelli schemi mentali rigidi che ci fanno odiare, ma
fondamentalmente apprezzare, il comfort delle nostre routine quotidiane. Va bene
parlare di queste cose, ma poi metterle in pratica (dando dinamismo ai nostri
schemi mentali, aprendoci ad altri mondi, altri settori, altre persone) sembrava
un lusso non necessario che in pochi avevano il tempo e le risorse (economiche
ma soprattutto mentali) per poterselo permettere.
…ma vuoi vedere che…
Nel
corso degli ul timi
mesi sono stati pubblicati, a livello globale, una serie di articoli e libri che
miravano a “capirci qualcosa” riguardo a quanto sta accadendo attorno a noi
da un punto di vista economico e sociale. Uno fra tutti è il molto discusso
(per ora soprattutto nel mondo anglofono) “The World is Flat. A brief History
of the 21st Century” di Thomas Friedman (il
libro sarà recensito prossimamente anche su queste pagine)
che mette in evidenza come la tecnologia e alcuni cambiamenti sociali abbiano
(soprattutto negli ultimi
anni) appiattito il mondo rendendolo non solo piccolo ma anche estremamente
interconnesso. Friedman ha visitato aziende presso varie parti del globo per la
sua ricerca sul libro e, guarda caso, il tema degli schemi mentali dinamici
emerge di continuo come un elemento di successo che caratterizza aziende grandi
e piccole, famose o meno. Si, proprio così: imprenditori e manager parlano
apertamente di schemi mentali sia a livello individuale che organizzativo
caratterizzandoli come la più grande barriera o la più grande opportunità
allo sviluppo di vari tipi di business. Ma vuoi vedere allora che questa non è
roba che fa solo al caso di professoroni bravi nella dialettica ma troppo
sconclusionati per il mondo pratico delle aziende?
Quando
competenza ed esperienza non bastano…
Il
quadro che viene fuori da questi approfondimenti “in diretta” dai campi di
azione di aziende piccole e grandi (siano esse di servizi o di produzione) è
quello di un sistema economico globale in cui è sempre più importante avere un
baga glio
di “attrezzi di lavoro” in termini di competenze e capacità, sempre più
nutrito. La tecnologia sta appiattendo le gerarchie spingendo informazioni e
conoscenze a tutti i livelli aziendali. Quando queste informazioni e conoscenze
restano inutilizzate l’azienda pregiudica le proprie opportunità non solo di
crescita ma anche di sopravvivenza. Avere competenze specifiche in un campo, in
un settore, non basta più; è
necessario avere anche la giusta esperienza per applicarle (e l’esperienza non
è altro che una serie di schemi mentali modellati dal feedback della pratica:
schemi mentali che sappiamo scegliere ed utilizzare nel momento più
appropriato). Ma facendo attenzione a quanto avviene nelle aziende che si stanno
affermando nel caos delle dinamiche globali odierne, emerge che nemmeno
competenza ed esperienza sono più sufficienti per farcela… dobbiamo prendere
decisioni in modo sempre più rapido e sulla base di informazioni sempre più
ricche ma anche confuse e contrastanti
per fare cambiamenti per fare le giuste scelte che ci portano a progredire. A
questo punto, se si presta attenzione a quanto
avviene nelle “stanze dei bottoni” a livello internazionale (siano esse
piccole stanzette
o lussuose
sale riunioni) viene fuori che si è spesso costretti a scegliere facendo
appello ad un fattore che al tempo stesso ci da forza e ci fa sentire
vulnerabili: l’intuito.
Intuito…
non è magia!
Quindi,
riassumendo, nel giro di pochi anni siamo passati da una gestione aziendale che
si concentrava soprattutto sull’ottimizzazione di modelli di gestione già ben
collaudati (schemi mentali rigidi da perfezionare) a dover cercare,
consapevolmente o no, nuovi schemi mentali (nuovi modi di vedere, interpretare e
gestire la realtà), per poi
renderci conto che spesso nemmeno questo era sufficiente per farcela perché gli
schemi mentali dinamici potevano essere si efficaci ma dovevamo diventare sempre
più rapidi nello sceglierli e metterli in pratica. E’ in questo ambito che si
inizia a parlare di intuito non solo come una fortunata facoltà dei pochi, ma
come uno strumento di lavoro con cui noi tutti dobbiamo abituarci a
familiarizzare. Il fatto è che molte recenti ricerche nel campo della
neuroscienza e anche della neuroradiologia (lo studio di come il nostro sistema
celebrale e nervoso funzionano e interagiscono) stanno mettendo in evidenza che
la questione di saper gestire i nostri schemi mentali è molto più alla portata
del nostro controllo di quanto pensassimo. Ad esempio, il neuropsicologo
Elkhonon Goldberg evidenzia nel suo libro “Il paradosso della saggezza. Come
la mente diventa più forte quando il cervello invecchia” (di prossima
recensione su queste pagine)
che nonostante il cervello in evitabilmente
invecchi, abbiamo modo di rafforzare le nostre capacità intuitive e la nostra
saggezza valorizzando le esperienze che abbiamo fatto (leggi gli schemi mentali
che, magari anche inconsapevolmente, abbiamo saputo elaborare). Gary Klein è un
ricercatore Americano che è considerato una delle figure più autorevoli
nell’ambito del decision-making intuitivo (che serve sempre per integrare
quello analitico) e mette in evidenza appunto che l’intuito non è magia ma è
"semplicemente un modo per trasformare in modo rapido esperienza in azione".
Alla luce delle emergenti dinamiche di gestione a livello globale il tema merita
sempre più attenzione e sarà nostra cura approfondirlo nel corso dei prossimi
mesi. Se da un lato questo “nuovo mondo piatto” ci da tante preoccupazioni e
problemi, dall’altro ci stimola a dare il meglio di noi stessi e gli strumenti
per farlo sono alla portata di tutti coloro che, con metodo, non per magia!,
avranno la volontà di dare significato e azione alle proprie esperienze e
quelle altrui…
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