02/12/2005

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Carosello Napoletano
(seconda puntata)

Voglio oggi rendere omaggio al mio professore di latino e greco che mi fu più che professore di liceo, vero e proprio “Maestro” di estetica nel significato classico della parola, di amore per la cultura classica, di adorazione per la “lingua napoletana” e le sue molteplici attinenze con l’ idioma latino . Era talmente acceso di amor sacro per il dialetto partenopeo da sostenere che lo stesso è una lingua vera e propria, ed a comprova produceva tanto di grammatica della lingua napoletana .

Paucis verbis (come avrebbe detto Lui con tono forbito ), illustrandoci i vari punti di contatto con il dialetto campano, c’inculcò il fuoco sacro dell’amore per il ”latino”, quello vero, tanto da parlarlo con buona approssimazione durante le sue lezioni .

Si partiva dall’appello : presente = adsum ; assente = abest, e così via .

Ma non siamo qui per ricordare la mia vita di liceale, bensì per commentare alcuni modi di dire del dialetto napoletano, apparentemente senza significato compiuto se non si risalisse all’etimologia latina .

Per il mio Professore tali commenti costituivano pane quotidiano !

Veniamo al dunque:

I napoletani veraci conoscono l’espressione dialettale “ tu nun sì manco ‘a cape ‘è zì Vicienze “ .

E’ un’interiezione che talvolta viene pronunciata quando, in occasione di discussioni riguardanti argomenti di una certa importanza ,qualcuno dei partecipanti ,cerca d’interferire con argomentazioni insulse e fuor di luogo .

A quel punto, in genere il più autorevole personaggio della “riunione”, zittisce l’interlocutore pronunciando, con tono di scherno, l’espressione dialettale “ statte zitto tu che nun sì manco ‘a cape ‘e zì Vicienze “ che, tradotta alla lettera, suonerebbe così : stai zitto tu che non sei nemmeno la testa di zio Vincenzo .

Ovviamente, se la traduzione italiana fosse corretta, la reprimenda sarebbe ancor più priva di significato della stessa interruzione .

Ma, il Professore, assumendo aria e tono da vero e proprio docente, sentenziava :

l’espressione di cui trattasi e frutto diretto di traviazione della lingua latina. Come noto i Romani che sono stati maestri di diritto, erano soliti censire periodicamente la popolazione di una città, di una provincia, etc .

In quelle occasioni, a censimento effettuato, venivano pubblicate le liste di coloro che avevano diritto di fregiarsi del titolo di “civis romanus” e quindi aventi diritto ad essere censiti nominalmente , mentre i liberti , gli schiavi etc, non erano soggetti ad elenchi nominativi ma venivano indicati per numero complessivo in quanto appartenenti a questa o a quella “gens”.Ovverosia questi individui erano definiti “caput sine censu “ in quanto individui privi del diritto di essere censiti . Insomma,come i barbari, costituivano dei semplici numeri o esseri privi di qualsiasi personalità !

Da caput sine censu ovvero nessuno, ecco per trasposizione diretta “cape ‘e zì Vicienze”

La spiegazione aveva il suo fascino e noi, là ad ascoltare rapiti ed ammirati dinnanzi a tanta fantasia!

Se questa rubrica riscontrerà il gradimento dei lettori, avrà ancora un seguito e nella probabile, prossima puntata, mi soffermerò su un’altra espressione del dialetto napoletano, apparentemente priva di concreto significato. Poi, basta con il latino, passeremo ad altri argomenti !

Sarà comunque mia precipua preoccupazione di capire quando sarà il momento di smettere !

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