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Carosello Napoletano
(seconda puntata)
Voglio
oggi rendere omaggio al mio professore di latino e greco che mi fu più che
professore di liceo, vero e proprio “Maestro” di estetica nel
significato classico della parola, di amore per la cultura classica, di
adorazione per la “lingua napoletana” e le sue molteplici attinenze con l’
idioma latino . Era talmente acceso di amor sacro per il dialetto partenopeo da
sostenere che lo stesso è una lingua vera e propria, ed a comprova produceva
tanto di grammatica della lingua napoletana .
Paucis
verbis (come avrebbe detto Lui con tono forbito ), illustrandoci i vari punti di
contatto con il dialetto campano, c’inculcò il fuoco sacro dell’amore per
il ”latino”, quello vero, tanto da parlarlo con buona approssimazione
durante le sue lezioni .
Si
partiva dall’appello : presente = adsum ; assente = abest, e così via .
Ma
non siamo qui per ricordare la mia vita di liceale, bensì per commentare alcuni
modi di dire del dialetto napoletano, apparentemente senza significato compiuto
se non si risalisse all’etimologia latina .
Per
il mio Professore tali commenti costituivano pane quotidiano !
Veniamo
al dunque:
I
napoletani veraci conoscono l’espressione dialettale “ tu nun sì manco ‘a
cape ‘è zì Vicienze “ .
E’
un’interiezione che talvolta viene pronunciata quando, in occasione di
discussioni riguardanti argomenti di una certa importanza ,qualcuno dei
partecipanti ,cerca d’interferire con argomentazioni insulse e fuor di luogo .
A
quel punto, in genere il più autorevole personaggio della “riunione”,
zittisce l’interlocutore pronunciando, con tono di scherno, l’espressione
dialettale “ statte zitto tu che nun sì manco ‘a cape ‘e zì Vicienze “
che, tradotta alla lettera, suonerebbe così : stai zitto tu che non sei nemmeno
la testa di zio Vincenzo .
Ovviamente,
se la traduzione italiana fosse corretta, la reprimenda sarebbe ancor più priva
di significato della stessa interruzione .
Ma,
il Professore, assumendo aria e tono da vero e proprio docente, sentenziava :
l’espressione
di cui trattasi e frutto diretto di traviazione della lingua latina. Come noto i
Romani che sono stati maestri di diritto, erano soliti censire periodicamente la
popolazione di una città, di una provincia, etc .
In
quelle occasioni, a censimento effettuato, venivano pubblicate le liste di
coloro che avevano diritto di fregiarsi del titolo di “civis romanus” e
quindi aventi diritto ad essere censiti nominalmente , mentre i liberti , gli
schiavi etc, non erano soggetti ad elenchi nominativi ma venivano
indicati per numero complessivo in quanto appartenenti
a questa o a quella “gens”.Ovverosia
questi individui erano definiti “caput sine censu “ in quanto
individui privi del diritto di essere censiti . Insomma,come i barbari,
costituivano dei semplici numeri o esseri privi di qualsiasi personalità !
Da caput
sine censu ovvero nessuno, ecco per trasposizione diretta “cape
‘e zì Vicienze”
La spiegazione aveva il suo
fascino e noi, là ad ascoltare rapiti ed ammirati dinnanzi a tanta fantasia!
Se questa rubrica riscontrerà
il gradimento dei lettori, avrà ancora un seguito e nella probabile, prossima
puntata, mi soffermerò su un’altra espressione del dialetto napoletano,
apparentemente priva di concreto significato. Poi, basta con il latino,
passeremo ad altri argomenti !
Sarà
comunque mia precipua preoccupazione di capire quando sarà il momento di
smettere !
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