16/12/2005

dal pensiero all'azione
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IN PRESA DIRETTA DAGLI USA (...vivere e riflettere su un’altra realtà per capire meglio la nostra...)

Il fastidio dell’impronta digitale (fortunatamente senza inchiostro!) e della “scansione degli occhi” , passa non appena trovi il carrello portavalige, lì pronto a portata di mano. Sei stato “vidimato” negli USA (Chicago) e senti subito dall’agilità dei movimenti di quel carrello, che da queste parti si fa attenzione al pratico e al comfort. Poche ore prima hai lottato con lo stesso tipo di carrello in Italia (con quei maniglioni che a volte devi tirare per muoverti, a volte devi tirare per fermarti) che proprio non ne voleva sapere di collaborare e avere un minimo di comprensione nei tuoi confronti per l’alzataccia mattutina. Poi ti trovi a Londra e ti confronti con il fatto di dover cambiare aeroporto (quando viaggi molto e prenoti l’aereo con la stessa leggerezza con la quale parcheggi l’auto, succede anche questo) e di avere a che fare con gli austeri, pesanti, rigidi e permanentemente controcorrente (la tua) carrelli portavalige inglesi. Senti una forte affinità fra il carrello che non vuole collaborare e il modo di fare del personale agli aeroporti londinesi: sono entrambi una barriera, un ostacolo, un freno al raggiungimento della tua destinazione. Ora, nel mentre che aspetti le valige, osservi l’amico carrello (amico perché collabora con te, capisce che sei stanco e ti aiuta).

Il carrello portavalige da copertina di Vogue e quello a tre ruote…

Ha tre ruote, saldature robuste ma esteticamente da brivido (anche per uno come me che non ne capisce assolutamente niente di queste cose) ma funziona! Noti due ruote poste orizzontalmente sui bordi per far scorrere gli inevitabili attriti con altri carrelli ed oggetti (si, a volte anche con le gambe dei colleghi passeggeri – si colleghi perché viaggiare è sempre e comunque un lavoro…). Facendo un paragone estetico fra il carrello americano e quello italiano, quest’ultimo sarebbe degno di una copertina di Vogue… ma non funziona! Questo si! Da queste parti, in genere, si ha l’impressione di avere meno ostacoli, meno barriere per realizzare le piccole e grandi cose della vita. Anzi, si trovano spesso servizi e strumenti che aiutano il tuo lavoro (vedi i carrelli portavalige…). Attenzione! Non voglio mettermi a fare le scontatissime riflessioni sullo stile “qua è meglio, là è peggio”. Ormai conosco abbastanza bene gli USA e l’Italia per affermare che ci sono pro e contro nel vivere da una parte o l’altra; una riflessione generalizzante per tutte: gli USA sono un posto interessante in cui lavorare, l’Italia un bellissimo posto in cui vivere. Bello avere modo di fare questo tipo di paragoni e riflessioni nelle piccole e grandi cose della vita percependole “in presa diretta”. Proprio per questo ho scelto di fare la spola fra USA ed Europa ed avere casa ed ufficio sia qua che in Italia. Si fa un gran parlare di globalizzazione, bene cerchiamo non solo di parlarne ma di viverla anche sulla propria pelle!

Gli stimoli dall’estensione dello spazio…

Ho iniziato a vivere anche qua da inizio luglio e devo dire che la cosa è molto stimolante soprattutto da un punto di vista sensoriale: ormai con internet, il wi-fi da tutte le parti ed il satellite puoi lavorare sentendoti in Italia… poi esci e ti trovi immerso in una realtà molto diversa soprattutto sotto un punto di vista sociale e culturale. Torni in ufficio e ti immergi di nuovo in Italia. Fai questo esercizio due o tre volte ogni giorno e hai la sensazione di far parte di una “estensione dello spazio”: concreta, che spesso ti causa una sensazione di disagio interiore, ma proprio per questo che ti da forti stimoli. Bellissimo! Anche il fatto di lavorare nello stesso istante con contesti lavorativi che sono molto diversi fra loro sento che mi sta arricchendo parecchio come persona e come consulente e formatore che ha l’opportunità di sviluppare progetti qua ed in Italia (OK, a volte tutto questo mi fa girare un po’ la testa, ma fa parte del gioco! E’ questione di abitudine!). In queste “passeggiate” fra una cultura e l’altra mi diverto a prendere nota di cose con lo stimolo dell’esercizio di “estensione dello spazio”; di seguito condivido con voi alcuni di questi appunti; riguardano le grandi e soprattutto le piccole cose della vita che così sovente hanno un notevole impatto sulle nostre percezioni e su come scegliamo di interpretarla…

Una sgommatina in banca.

Sono anni ormai che frequento gli Stati Uniti (e per la maggior parte degli anni novanta ci ho anche abitato in modo permanente) e quindi dovrei essermi abituato al sistema bancario locale ma purtroppo non è così. Dico purtroppo non perché me ne lamenti, anzi! semplicemente perché “mi vizio” su come potrebbe essere il rapporto con le benemerite banche anche in Italia e finisco sempre per essere trattato come un marziano dall’impiegato o direttore della banca Italiana di turno. Un marziano che vorrebbe non dover pagare niente in spese per un conto corrente e avere un ottimo ed efficiente servizio di home banking. La realtà dei fatti è che non è necessario vivere su Marte per godersi questo genere di “lussi”; basta aprire qua un qualsiasi conto corrente e assicurarsi di tenerci almeno mille dollari. Fatto questo non ci sono assolutamente addebiti per tutte le classiche transazioni che si fanno su di un conto corrente bancario e si ha anche un ottimo servizio di home banking che ti permette, ad esempio, di vedere la scansione di ogni assegno che hai emesso e che è stato incassato. No, non è che le banche Americane sono enti di beneficenza (tutt’altro!) infatti stanno prendendo per la gola molti Americani spendaccioni che finiscono per pagare un buon 18 - 20 % in più per compere allegramente fatte con le carte di credito... a tanto infatti ammontano gli interessi addebitati su pagamenti dilazionati di carte di credito. Il fatto è che in ogni caso uno può scegliere se “essere preso per la gola” o meno... da altre parti (senza far nomi) purtroppo non si ha questa scelta. Sempre nel mondo dei marziani ho sentito dire che ci sono ancora istituti bancari disposti a finanziare un’idea imprenditoriale senza troppe garanzie patrimoniali... Sul pianeta bancario marziano si fa questo e altro: come ad esempio potersi permettere di fare depositi o prelievi sul conto corrente senza nemmeno scendere di macchina; infatti il concetto del Drive-Through è ormai stato esteso, da anni, anche alle banche (e non solo). Tipicamente arrivi sotto un grande portico, parli tramite l’interfono con l’impiegato che ti saluta a volte anche da 10 metri di distanza e che ti invia un contenitore spesso tramite un sistema di tubi pneumatici. Tu metti o togli da quel contenitore e lo invii di nuovo a destinazione. Sembra complesso in realtà è un divertimento! E, da notare, non ti trovi mai senza penna per fare le firme perché questa è sempre e comunque dentro il contenitore! Si roba da marziani!

Confortevolmente motorizzati sempre e comunque!

Tradizionalmente per l’Americano medio l’auto è molto più di un mezzo di trasporto: è casa, è amica, è compagna di lavoro, compagna di avventure, è protezione, è sicurezza, ma soprattutto è senso di libertà. Nonostante i prezzi della benzina siano più che triplicati negli ultimi tempi, le auto continuano ad essere assetatissime di carburante (solo benzina, non si parla di diesel che viene ritenuto degno solo di autotreni o al massimo furgoni da lavoro) con motori abbondantemente sovraddimensionati rispetto ai pur generosissimi ingombri (e per questo non importa nemmeno scomodare gli ormai mitici “carri armati da autostrada” SUV). Quando si è alla guida la sensazione più marcata è quella di spazio, spazio negli interni spazio all’esterno, spazio sconfinato (per noi Italiani) nei parcheggi che permettono effettivamente di uscire dall’auto senza fare i contorsionisti! Mi sono trovato a guidare anche in centro città di una metropoli come Chicago e queste sensazioni non sono cambiate, anzi mi sono quasi sentito nostalgico rispetto al classico caotico ammassamento di auto di Firenze o Catania... Tutto è grande, tutto è spazioso e credo che questo influenzi negativamente lo stile di guida tendenzialmente distratto dell’Americano medio. Un’ auto media Americana (simile a quella che guido da queste parti: 3800 di cilindrata V6, 240 cavalli... fa 10 chilometri il litro e già mi devo considerare più che soddisfatto della cosa...) è concepita soprattutto per il comfort durante lunghi viaggi alle velocità di crociera locali (siamo intorno ai 100 - 120 chilometri orari!), sono auto che vanno benissimo nei lunghi rettilinei o negli ampi curvoni, ma finiscono per “imbarcarsi” di fronte alla prima curva leggermente impegnativa. Devo ammettere che io mi sono trovato a “navigare” parecchio prima di imparare a tenere il piede destro leggero e gestire l’ampio volante con gentilezza, niente di brusco per evitare le imprevedibili “imbarcate” (si chiamano così perché l’auto sembra proprio di diventare una barca priva di controllo che va alla deriva). Anche la faccenda limite di velocità da rispettare non è stata semplicissima da digerire, ma dopo dieci anni di patente Americana inizio a capirci qualcosa; tanto da rendermi conto di quanto sia prezioso il sistema “cruise control” (che ti permette di fissare appunto una velocità di crociera e mantenerla in modo automatico). Da tempo ormai uso il “cruise control” non appena esco dal “traffico” cittadino: metto il sistema dalle 5 alle 7 miglia sopra il limite di velocità (anche da queste parti c’è un minimo di tolleranza) e mi rilasso tranquillamente in poltrona (con tutte le regolazioni elettriche immaginabili e possibili incluso anche un sistema di riscaldamento che quando viene acceso inavvertitamente può dare una sensazione di imbarazzo...) fingendo di essere al cinema e vedendomi scorrere il paesaggio di fronte a me; ci sarebbe tranquillamente posto anche per i pop-corn ma proprio non ne reggo ne gusto ne odore... Come bonus di questo comportamento da guidatore provetto posso esibire, intatti e incontaminati, tutti 12 punti originali della patente USA. Bello no? Che orgoglio! Soprattutto perché non è stato banale raggiungere questo tipo di “pace dei sensi” del guidatore... negli anni passati ne ho viste di luci lampeggianti molto ravvicinate nello specchietto retrovisore! Ah! questi “crazy Italian drivers”! Sulla guida negli USA un’ultima nota “di colore”: CON IL SEMAFORO ROSSO (a meno che ci sia esplicita diversa indicazione) A DESTRA SI VA COMUNQUE. Interessante no? E’ chiaro che la precedenza rispetto alla strada in cui ci immettiamo va rispettata comunque. In questo modo l’idea è effettivamente pratica. Ah, dimenticavo, questo articolo del codice stradale USA è stato concepito in tempi politicamente non sospetti...

Gli Harley’s boys AND girls

Il senso di libertà e rilassatezza che deriva dalla guida delle auto sembra replicarsi anche con le moto. Vivo nello stato del Wisconsin, lo stato delle Harley-Davidson, lo stato dei motociclisti che qualche anno fa hanno guidato in corteo per parecchie centinaia di miglia per affermare a Washington il loro diritto di andare in moto senza casco e sono riusciti ad ottenere quello che volevano! Gli Harley’s boys AND girls (si perchè qua le donne sono altrettanto accanite motocicliste tanto quanto gli uomini) indossano semplicemente una bandana colorata come copricapo, RayBan d’ordinanza, giacchetto di pelle (anche in estate), jeans e stivaloni. Siamo pronti a partire! E’ bello vedere questi motociclisti andare in giro a velocità di crociera piuttosto basse per gli standard Europei (probabilmente intorno ai 60, 70 chilometri l’ora) con un senso di orgoglio e di libertà che è facilmente percepibile anche a distanza! Che importa se poi si incrociano ciclisti che sono fissati con l’indossare il casco; con la Harley è tutto un altro mondo e non si corrono pericoli! Particolarmente spettacolari da vedere sono le moto con il manubrio altissimo che obbligano il motociclista a guidare in una posizione di “crocifissione” con le braccia tese ed i gomiti spesso all’altezza delle orecchie! La posizione sembra particolarmente scomoda, ma basta osservare i volti dei “crocifissi” per percepire, ancora una volta, un grande senso di orgoglio e di gioia. Queste sono scene che noi consideriamo da film, ma che in realtà fanno parte integrante ed indissolubile del paesaggio estivo di questo stato appartenente alla regione dei Grandi Laghi. Avrò mai voglia di provare una di quelle moto da “crocifissione”? Mah! Ancora una volta tutto è possibile da queste parti...

Saggezza, orgoglio e schiettezza nativa Americana...

Gli Americani comunicano molto anche con le T-Shirts che hanno diffuso nel mondo. E' sempre divertente leggere le scritte sulle magliette, soprattutto quando queste scritte non sono frutto dell'ennesima campagna propagandistica della solita multinazionale, bensì sono espressione di un pensiero popolare. Ho notato la maglietta di questa immagine appesa nell'ufficio di un manager universitario (nativo americano lui stesso con tanto di capelli grigi lunghi sulle spalle, sguardo intenso e parlata schietta e cadenzata - personaggio interessantissimo!). E' una scritta che mi è subito piaciuta perchè mette in evidenza il senso di orgoglio e di identità dei nativi americani (mai chiamarli indiani! dopo 500 anni dovremmo aver capito che Colombo aveva preso il classico "abbaglio" o meglio sembrerebbe proprio che almeno questo era quello che voleva farci credere...). Ecco la scritta che fa da discalaia ad una foto di quattro guerrieri nativi Americani che non lasciano dubbio sulle loro intenzioni... “HOMELAND SECURITY: FIGHTING TERRORISM SINCE 1492” (SICUREZZA NAZIONALE : COMBATTIAMO IL TERRORISMO DAL 1492), interessante e centratissima come riflessione, non trovate? Saggi e schietti questi nativi americani! Credo che ci sia parecchio da imparare da loro, dalla loro cultura e dalla loro storia e sono ancora più convinto di questo da quando ho avuto, in un solo giorno, l’opportunità di partecipare ad un matrimonio fatto seguendo le loro antichissime tradizioni rituali e mi sono veramente divertito ad assistere dal vivo ad un Pow-Wow di un paio di tribù presso una delle estese “riserve indiane” presenti in questa parte del Midwest. Mia moglie ha parenti stretti in un paio di tribù locali e questo ci ha dato un accesso privilegiato ad entrambi gli eventi. Ormai sono stato un po’ adottato da loro, sono come un “cugino o nipote Italiano” e sono venuto a sapere che alcuni tra i più “senior” di loro cercavano di spacciarsi per Italiani nel corso della Seconda Guerra mondiale per evitare discriminazioni da parte dei loro commilitoni “Americani”... Ho seguito con grande interesse il matrimonio che è culminato con uno scambio delle penne e con gli sposi che si sono incamminati assieme avvolti in un unica coperta sulle spalle. Tutto molto romantico ed estremamente spirituale con canti, musica e tanto di “pipa della pace” utilizzata al momento giusto seguendo rituali tramandati oralmente di generazione in generazione. Il Pow-Wow è un incontro organizzato da una o più tribù in una specie di arena naturale: canti e musica con tamburi di pelle, tutto rigorosamente dal vivo, con persone di tutte le età vestite con costumi coloratissimi che sembrano non smettere mai di danzare e in circolo seguendo il ritmo della musica e del canto. (Bellissimo un bimbo guerriero danzante con il ciuccio in bocca che ho immortalato in una delle tante foto che ho fatto). In realtà dopo qualche minuto si ha un po’ la sensazione che tutto questo sia diventato una specie di spettacolo circense e niente di più; ma poi basta osservare quei volti fieri ricchi di dignità e determinazione dei danzatori per rendersi conto che effettivamente per loro queste cose assumono un profondo significato non solo sociale ma anche spirituale.

La pesca ecologicamente sostenibile!…

Come credo che emerga spontaneamente da queste mie brevi osservazioni di “vita vissuta” negli USA veramente tutto è possibile ed è ingiusto etichettare questo paese come arrogante o non ambientalista semplicemente perché è così che viene rappresentato dalle sue “figure di spicco” attuali. Un esempio concreto di questo? Ma la pesca ecologicamente sostenibile USA style! Mio suocero è un appassionato pescatore e qualche giorno fa mi ha aggiornato su un modo di pescare che inizia ad affermarsi come attualissimo trend: poiché la soddisfazione del pescatore vero Made in USA non è certamente quella di mangiarsi il pesce ma quella di vantarsi delle proprie doti “pescatrici” con parenti e amici, è inutile sprecare la vita di un pesce per fare questo! Allora cosa si fa? Si fa una foto al pesce che ha abboccato (chiaramente qui parliamo di pesci che vanno dai cinquanta centimetri in su!... tutto, ma proprio tutto, è “extra large” da queste parti), si prendono tutte le misure del caso e ci si rivolge ad un servizio specializzato che ricrea fedelmente in materiale plastico il pesce stesso con estrema attenzione a tutti i minimi dettagli (chiaramente nel mentre che il malcapitato pesce è lasciato di nuovo a sguazzare libero nelle acque dei molti fiumi e laghi della zona...). Il prodotto finale di questa operazione si presta benissimo ad essere appeso sulle pareti dei salotti. Bello no? Lo so, in Italia andrebbe a finire che i salotti si riempirebbero di squali e balene senza che il mitico pescatore lasci nemmeno casa! Qua invece sembra che ci sia una specie di codice etico non scritto fra i pescatori veri che considera un’offesa mortale comportamenti di questo tipo. Roba degna di “radiazione dall’albo dei pescatori” (se ne esistesse uno). Non male come concetto, non è vero? Ancora una volta, come spesso avviene da queste parti, si va al pragmatico, all’essenza delle cose senza farsi troppi problemi con idee del tipo: “ma non abbiamo mai fatto così” o “questa cosa è veramente sciocca!”. Meditiamo gente, meditiamo!

ORE 7.30: conferenza e colazione. E’ nato un business incubator!

Mi ha fatto molto piacere ricevere l’invito da parte di un manager di uno dei colleges locali (un college è un luogo di ricerca e insegnamento finanziato direttamente dalla comunità locale, dai cittadini del luogo piccolo o grande che esso sia) però mi sono trovato a chiedere un chiarimento sull’ora: “ma siamo sicuro che si parla delle 7.30 am, di mattina?”. Si, il piano è proprio questo: conferenza e colazione; argomento lo sviluppo di un business incubator, un investimento da 5 milioni di dollari in un’infrastruttura non solo organizzativa ma anche fatta di strutture fisiche predisposte ad un modernissimo start-up di aziende sia manifatturiere che di servizi. Sono le 7.25 (di mattina!), sto raggiungendo uno degli sconfinati parcheggi del college, mi aspetto di arrivare nell’ampia (e dagli!) sala conferenze e trovarmi quasi da solo (ma in Italia chi si presenta puntuale ad una conferenza alle 7.30 di mattina?). Man mano che mi avvicino alla sala percepisco aromi che mal si addicono all’imponenza formale dell’edificio: pancetta, uova ed un aroma dolciastro, tipicamente Made in USA, stucchevole per i miei gusti. Entro nella sala e noto subito da dove provengono tutti questi “aromi”: la colazione è servita! ci sono vari contenitori metallici con cibi caldi, piatti di carta, bicchieri e posate. Prego serviamoci! La sala è già quasi piena e le persone si danno da fare (sempre e comunque in religiosa fila indiana) per riempire piatti e bicchieri. Mi limito a prendere un bicchiere di quella brodaglia marrone che da queste parti chiamano caffè ed osservo. Mi siedo ad uno dei tavoli rotondi che sono presenti al centro della sala, il manager che conosco mi introduce agli altri “commensali”. Una rapida stretta di mano, un sorriso convinto e poi giù di nuovo ad inforchettare la pancetta... io continuo a prendere piccoli sorsi della brodaglia. Il presidente del college si alza da uno dei tavoli e inizia la presentazione alle 7.35 in punto! Un sintetico slide show Power Point, una serie di interventi sintetici e pragmatici da parte di varie figure coinvolte nel progetto. Interessante riscontrare come siano riusciti ad investire 5 milioni di dollari sull’iniziativa (stupendo l’edificio che sta per essere completato): in pratica il governo federale ha acconsentito a dare 2,5 milioni di dollari a fondo perduto ammesso che il college fosse stato in grado di raccogliere altrettanti fondi. Ebbene, il college ci è riuscito semplicemente facendo appello ai cittadini che da tempo sono soddisfatti del ruolo che l’istituzione svolge nell’indirizzare e assistere molti giovani (e meno giovani) nell’inizio, o nella ripresa, di un proprio percorso professionale. Da più di dieci anni il college ha fatto da business incubator (in pratica fornendo servizi qualificati, prestati anche da studenti, e strutture attrezzate volte a facilitare lo start-up di attività imprenditoriali che mostrano potenzialità di crescita legate ad innovazione, mercati di riferimento ecc. ecc.) a più di 200 attività imprenditoriali, ora è giunto il momento di portare il tutto su di un piano ancora più professionale, organizzativamente e tecnologicamente avanzato; appunto il nuovo business incubator protagonista di questa conferenza a colazione. Sono venuto a conoscenza che anche in Italia esistono progetti di questo tipo, spero che stiano funzionando in modo efficace tanto quanto questo. E’ bello vedere imprenditori che sono messi in condizione di mettere effettivamente alla prova il loro intuito e le loro idee permettendo, nel contempo, a studenti di varie discipline organizzative o puramente tecniche di confrontare la teoria con la pratica e “sporcarsi le mani sul campo”. Chiaramente tutto è sempre migliorabile e nell’approfondire i concetti presentati con un paio dei miei “commensali” (che hanno appena terminato di gustarsi la loro pancetta), emerge che l’iniziativa richiede molto impegno e capacità nel selezionare sia le attività imprenditoriali che gli studenti partecipanti al progetto. L’ingrediente sempre prezioso e di non facile reperibilità (anche da questa parte dell’Atlantico) è la concretezza; concretezza nella sostanza delle idee e concretezza nella professionalità necessaria per svilupparle. Tutto questo fa comunque parte del gioco ed è molto bello riscontrare che almeno da queste parti chi sente di avere idee e volontà per realizzarle ha anche opportunità a portata di mano per farlo. Nel più classico stile Made in USA, basta con le parole e diamoci da fare con i fatti! Sono le 8.15, la conferenza è finita, tutti i presenti sono “colazionati” e pronti ad andare puntualmente sul proprio posto di lavoro; OK la pancetta e le uova strapazzate magari daranno qualche problema digestivo nel corso della mattinata, ma almeno il giorno è iniziato con un chiaro senso di progettualità. Vogliamo provare a fare qualcosa di simile anche in Italia? Si, intendo non solo il progetto ma anche la conferenza a colazione? No, pancetta e uova strapazzate lasciamole pure agli Americani...

AND NEXT... (prossimamente...)

Presto, su queste pagine, altri appunti da questa “estensione dello spazio”. Una delle prossime avventure che sono già riuscito ad organizzare: un turno notturno in una Police Squad Car come passeggero (davanti…) sarà interessantissimo! Spero che il giubbetto antiproiettile obbligatorio non mi stia troppo male…alla prossima!…

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Persone&Conoscenze n.15 (Novembre/Dicembre 2005).

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