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IN PRESA DIRETTA DAGLI USA (...vivere e riflettere su un’altra realtà per capire meglio la nostra...)

Il
fastidio dell’impronta digitale (fortunatamente senza inchiostro!) e della
“scansione degli occhi” , passa non appena trovi il carrello portavalige, lì
pronto a portata di mano. Sei stato “vidimato” negli USA (Chicago) e senti
subito dall’agilità dei movimenti di quel carrello, che da queste parti si fa
attenzione al pratico e al comfort. Poche ore prima hai lottato con lo stesso
tipo di carrello in Italia (con quei maniglioni che a volte devi tirare per
muoverti, a volte devi tirare per fermarti) che proprio non ne voleva sapere di
collaborare e avere un minimo di comprensione nei tuoi confronti per
l’alzataccia mattutina. Poi ti trovi a Londra e ti confronti con il fatto di
dover cambiare aeroporto (quando viaggi molto e prenoti l’aereo con la stessa
leggerezza con la quale parcheggi l’auto, succede anche questo) e di avere a
che fare con gli austeri, pesanti, rigidi e permanentemente controcorrente (la
tua) carrelli portavalige inglesi. Senti una forte affinità fra il carrello che
non vuole collaborare e il modo di fare del personale agli aeroporti londinesi:
sono entrambi una barriera, un ostacolo, un freno al raggiungimento della tua
destinazione. Ora, nel mentre che aspetti le valige, osservi l’amico carrello
(amico perché collabora con te, capisce che sei stanco e ti aiuta).
Il
carrello portavalige da copertina di Vogue e quello a tre ruote…
Ha
tre ruote, saldature robuste ma esteticamente da brivido (anche per uno come me
che non ne capisce assolutamente niente di queste cose) ma funziona! Noti due
ruote poste orizzontalmente sui bordi per far scorrere gli inevitabili attriti
con altri carrelli ed oggetti (si, a volte anche con le gambe dei colleghi
passeggeri – si colleghi perché viaggiare è sempre e comunque un lavoro…).
Facendo un paragone estetico fra il carrello americano e quello italiano,
quest’ultimo sarebbe degno di una copertina di Vogue… ma non funziona!
Questo si! Da queste parti, in genere, si ha l’impressione di avere meno
ostacoli, meno barriere per
realizzare le piccole e grandi cose della vita. Anzi, si trovano spesso servizi
e strumenti che aiutano il tuo lavoro (vedi i carrelli portavalige…).
Attenzione! Non voglio mettermi a fare le scontatissime riflessioni sullo stile
“qua è meglio, là è peggio”. Ormai conosco abbastanza bene gli USA e
l’Italia per affermare che ci sono pro e contro nel vivere da una parte o
l’altra; una riflessione generalizzante per tutte: gli USA sono un posto
interessante in cui lavorare, l’Italia un bellissimo posto in cui vivere.
Bello avere modo di fare questo tipo di paragoni e riflessioni nelle piccole e
grandi cose della vita percependole “in presa diretta”. Proprio per questo
ho scelto di fare la spola fra USA ed Europa ed avere casa ed ufficio sia qua
che in Italia. Si fa un gran parlare di globalizzazione, bene cerchiamo non solo
di parlarne ma di viverla anche sulla propria pelle!
Gli
stimoli dall’estensione dello spazio…
Ho
iniziato a vivere anche qua da inizio luglio e devo dire che la cosa è molto
stimolante soprattutto da un punto di vista sensoriale: ormai con internet, il
wi-fi da tutte le parti ed il satellite puoi lavorare sentendoti in Italia…
poi esci e ti trovi immerso in una realtà molto diversa soprattutto sotto un
punto di vista sociale e culturale. Torni in ufficio e ti immergi di nuovo in
Italia. Fai questo esercizio due o tre volte ogni giorno e hai la sensazione di
far parte di una “estensione dello spazio”: concreta, che spesso ti causa
una sensazione di disagio interiore, ma proprio per questo che ti da forti
stimoli. Bellissimo! Anche il fatto di lavorare nello stesso istante con
contesti lavorativi che sono molto diversi fra loro sento che mi sta arricchendo
parecchio come persona e come consulente e formatore che ha l’opportunità di
sviluppare progetti qua ed in Italia (OK,
a volte tutto questo mi fa girare un po’ la testa, ma fa parte del gioco! E’
questione di abitudine!). In queste “passeggiate” fra una cultura e
l’altra mi diverto a prendere nota di cose con lo stimolo dell’esercizio di
“estensione dello spazio”; di seguito condivido con voi alcuni di questi
appunti; riguardano le grandi e soprattutto le piccole cose della vita che così
sovente hanno un notevole impatto sulle nostre percezioni e su come scegliamo di
interpretarla…
Una
sgommatina in banca.
Sono
anni ormai che frequento gli Stati Uniti (e per la maggior parte degli anni
novanta ci ho anche abitato in modo permanente) e quindi dovrei essermi abituato
al sistema bancario locale ma purtroppo non è così. Dico purtroppo non perché
me ne lamenti, anzi! semplicemente perché “mi vizio” su come potrebbe
essere il rapporto con le benemerite banche anche in Italia e finisco sempre per
essere trattato come un marziano dall’impiegato o direttore della banca
Italiana di turno. Un marziano che vorrebbe non dover pagare niente in spese per
un conto corrente e avere un ottimo ed efficiente servizio di home banking. La
realtà dei fatti è che non è necessario vivere su Marte per godersi questo
genere di “lussi”; basta aprire qua un qualsiasi conto corrente e
assicurarsi di tenerci almeno mille dollari. Fatto questo non ci sono
assolutamente addebiti per tutte le classiche transazioni che si fanno su di un
conto corrente bancario e si ha anche un ottimo servizio di home banking che ti
permette, ad esempio, di vedere la scansione di ogni assegno che hai emesso e
che è stato incassato. No, non è che le banche Americane sono enti di
beneficenza (tutt’altro!) infatti stanno prendendo per la gola molti Americani
spendaccioni che finiscono per pagare un buon 18 - 20 % in più per compere
allegramente fatte con le carte di credito... a tanto infatti ammontano gli
interessi addebitati su pagamenti dilazionati di carte di credito. Il fatto è
che in ogni caso uno può scegliere se “essere preso per la gola” o meno...
da altre parti (senza far nomi) purtroppo non si ha questa scelta. Sempre nel
mondo dei marziani ho sentito dire che ci sono ancora istituti bancari disposti
a finanziare un’idea imprenditoriale senza troppe garanzie patrimoniali...
Sul pianeta bancario marziano si fa questo e altro: come ad esempio
potersi permettere di fare depositi o prelievi sul conto corrente senza nemmeno
scendere di macchina; infatti il concetto del Drive-Through è ormai stato
esteso, da anni, anche alle banche (e non solo). Tipicamente arrivi sotto un
grande portico, parli tramite l’interfono con l’impiegato che ti saluta a
volte anche da 10 metri di distanza e che ti invia un contenitore spesso tramite
un sistema di tubi pneumatici. Tu metti o togli da quel contenitore e lo invii
di nuovo a destinazione. Sembra complesso in realtà è un divertimento! E, da
notare, non ti trovi mai senza penna per fare le firme perché questa è sempre
e comunque dentro il contenitore! Si roba da marziani!
Confortevolmente
motorizzati sempre e comunque!
Tradizionalmente
per l’Americano medio l’auto è molto più di un mezzo di trasporto: è
casa, è amica, è compagna di lavoro, compagna di avventure, è protezione, è
sicurezza, ma soprattutto è senso di libertà. Nonostante i prezzi della
benzina siano più che triplicati negli ultimi tempi, le auto continuano ad
essere assetatissime di carburante (solo benzina, non si parla di diesel che
viene ritenuto degno solo di autotreni o al massimo furgoni da lavoro) con
motori abbondantemente sovraddimensionati rispetto ai pur generosissimi ingombri
(e per questo non importa nemmeno scomodare gli ormai mitici “carri armati da
autostrada” SUV). Quando si è alla guida la sensazione più marcata è quella
di spazio, spazio negli interni spazio all’esterno, spazio sconfinato (per noi
Italiani) nei parcheggi che permettono effettivamente di uscire dall’auto
senza fare i contorsionisti! Mi sono trovato a guidare anche in centro città di
una metropoli come Chicago e queste sensazioni non sono cambiate, anzi mi sono
quasi sentito nostalgico rispetto al classico caotico ammassamento di auto di
Firenze o Catania... Tutto è grande, tutto è spazioso e credo che questo
influenzi negativamente lo stile di guida tendenzialmente distratto
dell’Americano medio. Un’ auto media Americana (simile a quella che guido da
queste parti: 3800 di cilindrata V6, 240 cavalli... fa 10 chilometri il litro e
già mi devo considerare più che soddisfatto della cosa...) è concepita
soprattutto per il comfort durante lunghi viaggi alle velocità di crociera
locali (siamo intorno ai 100 - 120 chilometri orari!), sono auto che vanno
benissimo nei lunghi rettilinei o negli ampi curvoni, ma finiscono per
“imbarcarsi” di fronte alla prima curva leggermente impegnativa. Devo
ammettere che io mi sono trovato a “navigare” parecchio prima di imparare a
tenere il piede destro leggero e gestire l’ampio volante con gentilezza,
niente di brusco per evitare le imprevedibili “imbarcate” (si chiamano così
perché l’auto sembra proprio di diventare una barca priva di controllo che va
alla deriva). Anche la faccenda limite di velocità da rispettare non è stata
semplicissima da digerire, ma dopo dieci anni di patente Americana inizio a
capirci qualcosa; tanto da rendermi conto di quanto sia prezioso il sistema
“cruise control” (che ti permette di fissare appunto una velocità di
crociera e mantenerla in modo automatico). Da tempo ormai uso il “cruise
control” non appena esco dal “traffico” cittadino: metto il sistema dalle
5 alle 7 miglia sopra il limite di velocità (anche da queste parti c’è un
minimo di tolleranza) e mi rilasso tranquillamente in poltrona (con tutte le
regolazioni elettriche immaginabili e possibili incluso anche un sistema di
riscaldamento che quando viene acceso inavvertitamente può dare una sensazione
di imbarazzo...) fingendo di essere al cinema e vedendomi scorrere il paesaggio
di fronte a me; ci sarebbe tranquillamente posto anche per i pop-corn ma proprio
non ne reggo ne gusto ne odore... Come bonus di questo comportamento da
guidatore provetto posso esibire, intatti e incontaminati, tutti 12 punti
originali della patente USA. Bello no? Che orgoglio! Soprattutto perché non è
stato banale raggiungere questo tipo di “pace dei sensi” del guidatore...
negli anni passati ne ho viste di luci lampeggianti molto ravvicinate nello
specchietto retrovisore! Ah! questi “crazy Italian drivers”! Sulla guida
negli USA un’ultima nota “di colore”: CON IL SEMAFORO ROSSO (a meno che ci
sia esplicita diversa indicazione) A DESTRA SI VA COMUNQUE. Interessante no?
E’ chiaro che la precedenza rispetto alla strada in cui ci immettiamo va
rispettata comunque. In questo modo l’idea è effettivamente pratica. Ah,
dimenticavo, questo articolo del codice stradale USA è stato concepito in tempi
politicamente non sospetti...
Gli
Harley’s boys AND girls
Il
senso di libertà e rilassatezza che deriva dalla guida delle auto sembra
replicarsi anche con le moto. Vivo nello stato del Wisconsin, lo stato delle
Harley-Davidson, lo stato dei motociclisti che qualche anno fa hanno guidato in
corteo per parecchie centinaia di miglia per affermare a Washington il loro
diritto di andare in moto senza casco e sono riusciti ad ottenere quello che
volevano! Gli Harley’s boys AND girls (si perchè qua le donne sono
altrettanto accanite motocicliste tanto quanto gli uomini) indossano
semplicemente una bandana colorata come copricapo, RayBan d’ordinanza,
giacchetto di pelle (anche in estate), jeans e stivaloni. Siamo pronti a
partire! E’ bello vedere questi motociclisti andare in giro a velocità di
crociera piuttosto basse per gli standard Europei (probabilmente intorno ai 60,
70 chilometri l’ora) con un senso di orgoglio e di libertà che è facilmente
percepibile anche a distanza! Che importa se poi si incrociano ciclisti che sono
fissati con l’indossare il casco; con la Harley è tutto un altro mondo e non
si corrono pericoli! Particolarmente spettacolari da vedere sono le moto con il
manubrio altissimo che obbligano il motociclista a guidare in una posizione di
“crocifissione” con le braccia tese ed i gomiti spesso all’altezza delle
orecchie! La posizione sembra particolarmente scomoda, ma basta osservare i
volti dei “crocifissi” per percepire, ancora una volta, un grande senso di
orgoglio e di gioia. Queste sono scene che noi consideriamo da film, ma che in
realtà fanno parte integrante ed indissolubile del paesaggio estivo di questo
stato appartenente alla regione dei Grandi Laghi. Avrò mai voglia di provare
una di quelle moto da “crocifissione”? Mah! Ancora una volta tutto è
possibile da queste parti...
Saggezza,
orgoglio e schiettezza nativa Americana...
Gli
Americani comunicano molto anche con le T-Shirts che hanno diffuso nel mondo. E'
sempre divertente leggere le scritte sulle magliette, soprattutto quando queste
scritte non sono frutto dell'ennesima campagna propagandistica della solita
multinazionale, bensì sono espressione di un pensiero popolare. Ho notato la
maglietta di questa immagine appesa nell'ufficio di un manager universitario
(nativo americano lui stesso con tanto di capelli grigi lunghi sulle spalle,
sguardo intenso e parlata schietta e cadenzata - personaggio
interessantissimo!). E' una scritta che mi è subito piaciuta perchè mette in
evidenza il senso di orgoglio e di identità dei nativi americani (mai chiamarli
indiani! dopo 500 anni dovremmo aver capito che Colombo aveva preso il classico
"abbaglio" o meglio sembrerebbe proprio che almeno questo era quello
che voleva farci credere...). Ecco la scritta che fa da discalaia ad una foto di
quattro guerrieri nativi Americani che non lasciano dubbio sulle loro
intenzioni... “HOMELAND SECURITY: FIGHTING TERRORISM SINCE 1492” (SICUREZZA
NAZIONALE : COMBATTIAMO IL TERRORISMO DAL 1492), interessante e centratissima
come riflessione, non trovate? Saggi e schietti questi nativi americani! Credo
che ci sia parecchio da imparare da loro, dalla loro cultura e dalla loro storia
e sono ancora più convinto di questo da quando ho avuto, in un solo giorno,
l’opportunità di partecipare ad un matrimonio fatto seguendo le loro
antichissime tradizioni rituali e mi sono veramente divertito ad assistere dal
vivo ad un Pow-Wow di un paio di tribù presso una delle estese “riserve
indiane” presenti in questa parte del Midwest. Mia moglie ha parenti stretti
in un paio di tribù locali e questo ci ha dato un accesso privilegiato ad
entrambi gli eventi. Ormai sono stato un po’ adottato da loro, sono come un
“cugino o nipote Italiano” e sono venuto a sapere che alcuni tra i più
“senior” di loro cercavano di spacciarsi per Italiani nel corso della
Seconda Guerra mondiale per evitare discriminazioni da parte dei loro
commilitoni “Americani”... Ho seguito con grande interesse il matrimonio che
è culminato con uno scambio delle penne e con gli sposi che si sono incamminati
assieme avvolti in un unica coperta sulle spalle. Tutto molto romantico ed
estremamente spirituale con canti, musica e tanto di “pipa della pace”
utilizzata al momento giusto seguendo rituali tramandati oralmente di
generazione in generazione. Il Pow-Wow è un incontro organizzato da una o più
tribù in una specie di arena naturale: canti e musica con tamburi di pelle,
tutto rigorosamente dal vivo, con persone di tutte le età vestite con costumi
coloratissimi che sembrano non smettere mai di danzare e in circolo seguendo il
ritmo della musica e del canto. (Bellissimo un bimbo guerriero danzante con il
ciuccio in bocca che ho immortalato in una delle tante foto che ho fatto). In
realtà dopo qualche minuto si ha un po’ la sensazione che tutto questo sia
diventato una specie di spettacolo circense e niente di più; ma poi basta
osservare quei volti fieri ricchi di dignità e determinazione dei danzatori per
rendersi conto che effettivamente per loro queste cose assumono un profondo
significato non solo sociale ma anche spirituale.
La
pesca ecologicamente sostenibile!…
Come
credo che emerga spontaneamente da queste mie brevi osservazioni di “vita
vissuta” negli USA veramente tutto è possibile ed è ingiusto etichettare
questo paese come arrogante o non ambientalista semplicemente perché è così
che viene rappresentato dalle sue “figure di spicco” attuali. Un esempio
concreto di questo? Ma la pesca ecologicamente sostenibile USA style! Mio
suocero è un appassionato pescatore e qualche giorno fa mi ha aggiornato su un
modo di pescare che inizia ad affermarsi come attualissimo trend: poiché la
soddisfazione del pescatore vero Made in USA non è certamente quella di
mangiarsi il pesce ma quella di vantarsi delle proprie doti “pescatrici” con
parenti e amici, è inutile sprecare la vita di un pesce per fare questo! Allora
cosa si fa? Si fa una foto al pesce che ha abboccato (chiaramente qui parliamo
di pesci che vanno dai cinquanta
centimetri in su!... tutto, ma proprio tutto, è “extra large” da queste
parti), si prendono tutte le misure del caso e ci si rivolge ad un servizio
specializzato che ricrea fedelmente in materiale plastico il pesce stesso con
estrema attenzione a tutti i minimi dettagli (chiaramente nel mentre che il
malcapitato pesce è lasciato di nuovo a sguazzare libero nelle acque dei molti
fiumi e laghi della zona...). Il prodotto finale di questa operazione si presta
benissimo ad essere appeso sulle pareti dei salotti. Bello no? Lo so, in Italia
andrebbe a finire che i salotti si riempirebbero di squali e balene senza che il
mitico pescatore lasci nemmeno casa! Qua invece sembra che ci sia una specie di
codice etico non scritto fra i pescatori veri che considera un’offesa mortale
comportamenti di questo tipo. Roba degna di “radiazione dall’albo dei
pescatori” (se ne esistesse uno). Non male come concetto, non è vero? Ancora
una volta, come spesso avviene da queste parti, si va al pragmatico,
all’essenza delle cose senza farsi troppi problemi con idee del tipo: “ma
non abbiamo mai fatto così” o “questa cosa è veramente sciocca!”.
Meditiamo gente, meditiamo!
ORE
7.30: conferenza e colazione. E’ nato un business
incubator!
Mi
ha fatto molto piacere ricevere l’invito da parte di un manager di uno dei
colleges locali (un college è un luogo di ricerca e insegnamento finanziato
direttamente dalla comunità locale, dai cittadini del luogo piccolo o grande
che esso sia) però mi sono trovato a chiedere un chiarimento sull’ora: “ma
siamo sicuro che si parla delle 7.30 am, di mattina?”. Si, il piano è proprio
questo: conferenza e colazione; argomento lo sviluppo di un business
incubator, un investimento da 5 milioni di dollari in un’infrastruttura
non solo organizzativa ma anche fatta di strutture fisiche predisposte ad un
modernissimo start-up di aziende sia manifatturiere che di servizi. Sono le 7.25
(di mattina!), sto raggiungendo uno degli sconfinati parcheggi del college, mi
aspetto di arrivare nell’ampia (e dagli!) sala conferenze e trovarmi quasi da
solo (ma in Italia chi si presenta puntuale ad una conferenza alle 7.30 di
mattina?). Man mano che mi avvicino alla sala percepisco aromi che mal si
addicono all’imponenza formale dell’edificio: pancetta, uova ed un aroma
dolciastro, tipicamente Made in USA, stucchevole per i miei gusti. Entro nella
sala e noto subito da dove provengono tutti questi “aromi”: la colazione è
servita! ci sono vari contenitori metallici con cibi caldi, piatti di carta,
bicchieri e posate. Prego serviamoci! La sala è già quasi piena e le persone
si danno da fare (sempre e comunque in religiosa fila indiana) per riempire
piatti e bicchieri. Mi limito a prendere un bicchiere di quella brodaglia
marrone che da queste parti chiamano caffè ed osservo. Mi siedo ad uno dei
tavoli rotondi che sono presenti al centro della sala, il manager che conosco mi
introduce agli altri “commensali”. Una rapida stretta di mano, un sorriso
convinto e poi giù di nuovo ad inforchettare la pancetta... io continuo a
prendere piccoli sorsi della brodaglia. Il presidente del college si alza da uno
dei tavoli e inizia la presentazione alle 7.35 in punto! Un sintetico slide show Power Point, una serie di interventi sintetici e
pragmatici da parte di varie figure coinvolte nel progetto. Interessante
riscontrare come siano riusciti ad investire 5 milioni di dollari
sull’iniziativa (stupendo l’edificio che sta per essere completato): in
pratica il governo federale ha acconsentito a dare 2,5 milioni di dollari a
fondo perduto ammesso che il college fosse stato in grado di raccogliere
altrettanti fondi. Ebbene, il college ci è riuscito semplicemente facendo
appello ai cittadini che da tempo sono soddisfatti del ruolo che l’istituzione
svolge nell’indirizzare e assistere molti giovani (e meno giovani)
nell’inizio, o nella ripresa, di un proprio percorso professionale. Da più di
dieci anni il college ha fatto da business
incubator (in pratica fornendo servizi qualificati, prestati anche da
studenti, e strutture attrezzate volte a facilitare lo start-up di attività
imprenditoriali che mostrano potenzialità di crescita legate ad innovazione,
mercati di riferimento ecc. ecc.) a più di 200 attività imprenditoriali, ora
è giunto il momento di portare il tutto su di un piano ancora più
professionale, organizzativamente e tecnologicamente avanzato; appunto il nuovo business
incubator
protagonista di questa conferenza a colazione. Sono venuto a conoscenza che
anche in Italia esistono progetti di questo tipo, spero che stiano funzionando
in modo efficace tanto quanto questo. E’ bello vedere imprenditori che sono
messi in condizione di mettere effettivamente alla prova il loro intuito e le
loro idee permettendo, nel contempo, a studenti di varie discipline
organizzative o puramente tecniche di confrontare la teoria con la pratica e
“sporcarsi le mani sul campo”. Chiaramente tutto è sempre migliorabile e
nell’approfondire i concetti presentati con un paio dei miei “commensali”
(che hanno appena terminato di gustarsi la loro pancetta), emerge che
l’iniziativa richiede molto impegno e capacità nel selezionare sia le attività
imprenditoriali che gli studenti partecipanti al progetto. L’ingrediente
sempre prezioso e di non facile reperibilità (anche da questa parte
dell’Atlantico) è la concretezza; concretezza nella sostanza delle idee e
concretezza nella professionalità necessaria per svilupparle. Tutto questo fa
comunque parte del gioco ed è molto bello riscontrare che almeno da queste
parti chi sente di avere idee e volontà per realizzarle ha anche opportunità a
portata di mano per farlo. Nel più classico stile Made in USA, basta con le
parole e diamoci da fare con i fatti! Sono le 8.15, la conferenza è finita,
tutti i presenti sono “colazionati” e pronti ad andare puntualmente sul
proprio posto di lavoro; OK la pancetta e le uova strapazzate magari daranno
qualche problema digestivo nel corso della mattinata, ma almeno il giorno è
iniziato con un chiaro senso di progettualità. Vogliamo provare a fare qualcosa
di simile anche in Italia? Si, intendo non solo il progetto ma anche la
conferenza a colazione? No, pancetta e uova strapazzate lasciamole pure agli
Americani...
AND
NEXT... (prossimamente...)
Presto,
su queste pagine, altri appunti da questa “estensione dello spazio”. Una
delle prossime avventure che sono già riuscito ad organizzare: un turno
notturno in una Police Squad Car come passeggero (davanti…) sarà
interessantissimo! Spero che il giubbetto antiproiettile obbligatorio non mi
stia troppo male…alla prossima!…
Questo
articolo è stato pubblicato sulla rivista Persone&Conoscenze
n.15 (Novembre/Dicembre 2005).
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