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IN PRESA DIRETTA DAGLI USA: la generazione americana dei Millenials.
Problemi o opportunità organizzative da questi giovani ‘mammoni’?
Qua negli USA li chiamano Millenials, sono ragazzi e ragazze nati dopo il 1982 (hanno quindi raggiunto la maggiore età nel nuovo millennio) e che destano sempre maggiore interesse perché numerosissimi si stanno introducendo nel mondo del lavoro spesso sostituendo la generazione del Baby-boomers nati dopo la seconda guerra mondiale e che (altrettanto numerosi) stanno progressivamente andando in pensione. Si tratta di un avvicendamento generazionale che sta evidenziando varie problematiche a causa del netto stacco di mentalità tra le due generazioni rispetto al lavoro e alla vita in genere.
Baby-boomers negli schemi...
I Baby-boomers sono cresciuti negli anni del forte progresso economico; hanno sentito racconti di vita vissuta (da parte di genitori e nonni) particolarmente forti: la depressione del ‘29; la povertà diffusa nelle grandi città e nei villaggi di campagna; gli spiragli di benessere materiale che stimolavano a lunghi anni di lavoro il cui ritmo era fissato dalle esigenze delle crescenti industrie; il sacrificio del lavorare lunghe ore ascoltando religiosamente le direttive dei ‘capi’; il premio del sogno americano della casa propria. I Baby-boomers sono anche la generazione del ‘68 che si è ribellata a tutto questo, alle regole del benessere vincolato da routine consumanti, ai vincoli di una società legata ad oliati meccanismi rigidi e gerarchici. Poi anche quegli anni di protesta e di ribellione sono passati e anche loro si sono incanalati nel sistema del benessere materiale pagato ‘abbassando la testa’ come i loro padri e i loro nonni: farsi una carriera lavorando per la stessa azienda; al massimo cambiare due o tre datori di lavoro; mirare al benessere materiale senza porsi troppi problemi riguardo alla vera natura degli affari svolti dall’azienda sempre e comunque concentrata sui profitti nel breve termine ... un tipo di mentalità piuttosto pragmatica e individualista. Passo passo sono anche loro arrivati, o stanno arrivando, alla meritata pensione; la Harley Davidson è già pronta in garage per viaggiare assaporando quel gusto di ribellione e libertà della gioventù. Le aziende americane sono cresciute esponenzialmente dal secondo dopoguerra ad oggi anche grazie a questo esercito di Baby-boomers che ha ben servito le loro cause di sviluppo senza troppe regole e troppi vincoli; strutture gerarchiche ben salde; lavoro su tre turni giornalieri per parecchie aziende produttive; tutto questo ha fatto parte del gioco che ha visto fondamentalmente soddisfatti sia aziende che lavoratori (il progressivo crollo nella rappresentanza sindacale nel corso degli ultimi quaranta anni può esserne testimonianza).
Millenials fuori dagli schemi...
I Millenials sono cresciuti in un tipo di benessere già conquistato e consolidato (poco importa se con mutui ipotecari o con carte di credito spremute al limite). Non sono gli aspetti materiali ad essere importanti per loro (magari anche perché sono ormai dati per scontati e in famiglia non c’è più il nonno o bis-nonno testimone della Depressione del ‘29), ciò che conta è l’amicizia, il fare gruppo, lo stare bene assieme agli amici. E’ un modo di pensare e di essere che privilegia il collettivo rispetto all’individuale anche se non ci sono ideali forti o particolari, non si guarda tanto agli obiettivi materiali di lungo termine (non c’è più il sogno della casa di proprietà che ha guidato la carriera e la voglia di fare dei genitori) quanto al concepire e sviluppare progetti nel breve, meglio se sono progetti divertenti che coinvolgono tecnologia e creatività. A differenza di quanto è avvenuto per i genitori, non c’è una forte spinta interiore all’uscire dal nucleo familiare (tradizionalmente negli USA un diciannovenne che abitava ancora con i genitori era visto come un perdente, una persona senza obiettivi e senza carattere), magari si vive fuori casa nel periodo dell’università ma si finisce poi per rientrare nel comodo ‘nido familiare’ ad ogni opportunità che si presenta. I rapporti con i genitori non sono facili, manca un dialogo vero, mancano basi e linguaggi comuni per capirsi. Padri e madri non riescono proprio a comprendere il figlio o la figlia che sembrano non mostrare la determinazione e la voglia di conquistare il successo materiale a cui loro aspiravano alla stessa età; non c’è più la forte spinta verso la carriera prestigiosa, verso il ruolo socialmente considerato di successo. Sono sempre più diffusi articoli (su riviste generaliste e specializzate) e veri e propri corsi di formazione per genitori dei Millenials; si cercano di fornire spunti e strumenti per capire ed interagire al meglio con figli i quali più che apparire a disagio nei confronti dei genitori mettono a disagio (con il loro modo di essere e pensare) i genitori stessi.
Rompere gli schemi in famiglia... oltre l’essere ‘mama’s boys’...
Leggere detti articoli e programmi formativi é interessante soprattutto perché gli argomenti trattati vanno spesso in attrito con un tipo di mentalità materialistica e tendente all’arroganza tradizionalmente associata con la cultura contemporanea americana. “Conosci te stesso” è il punto di partenza consigliato ai genitori per sviluppare un rapporto migliore con i loro figli Millenials: ‘cerca feedback su come gli altri percepiscono il tuo comportamento’ ‘cerca di capire se tendi ad essere troppo protettivo e permissivo’. Quest’ultimo argomento è particolarmente sentito: genitori che hanno conosciuto sacrifici veri per emergere tendono a proteggere i propri figli da esperienze simili; quando poi la rilassatezza dei figli e il fatto che ‘non se vogliono andare’ diventa sempre più evidente, si rendono conto che qualcosa nel loro approccio non va. Altri temi di approfondimento consigliati ai genitori: ‘migliora la tua capacità di ascolto attivo’; ‘abituati a chiarire ciò che è stato detto parafrasando le tue affermazioni e quelle di tuo figlio’; ‘non forzare su tuo figlio con le tecniche manageriali di gestione del tempo, funzionano per te ma non per lui, abitualo a pianificare meglio le cose e organizzarsi passo passo con il dialogo, non con la rigidità di strumenti’; ‘assicurati di praticare una vera e propria formazione spirituale in famiglia, questo vuol dire andare ben oltre il frequentare la Messa, è necessario dialogare sulla natura della spiritualità di ognuno di noi, della presenza divina in ognuno di noi, aldilà dei riti religiosi’; ‘abituati a dare feedback in modo costruttivo cogliendo ogni opportunità per incoraggiare i comportamenti postivi e abituando se stessi ed il proprio figlio a fare vero tesoro delle esperienze, positive o negative che siano’.
Insomma, i genitori dei Millenials devono proprio metterci impegno e una vera e propria consapevole ‘professionalità’ nell’interpretare al meglio il loro ruolo, niente può essere lasciato al caso. Non è possibile affidarci semplicemente a degli istinti quando si ha a che fare con cambiamenti di mentalità così marcati e radicali. Mi sono trovato a parlare con alcuni di questi genitori e si sente chiaramente il loro disagio: da un lato si lamentano per figli che sembrano diventati “mammoni (mama’s boys) come voi in Italia”, dall’altro è evidente un senso di amore e di rispetto che nutrono nei confronti di figli che sembrano avere una prospettiva più saggia e salutare rispetto a ciò che è veramente importante nella vita (non pochi genitori hanno già attraversato più o meno serie ‘crisi esistenziali di mezza età’ che hanno incoraggiato profonde riflessioni di vita). Sono anche molti i Millenials cresciuti in famiglie spaccate da divorzi emozionalmente laceranti e poi ricomposte con nuovi padri, nuove madri, fratelli e sorelle. I soldi, il mutuo da pagare, la carriera che ha sottratto tempo alla famiglia, forti individualismi che hanno portato solo a mancanza di rispetto e di dialogo; sono molte le cause di questi divorzi, ed i Millenials hanno avuto modo di comprenderle e di soffrirne nel profondo. Anche questo ha avuto un forte impatto nella loro formazione interiore e nel loro modo di essere nell’ambito familiare e anche lavorativo.
Rompere gli schemi in azienda e nella società... ma senza far troppo rumore...
Proprio nel contesto lavorativo il loro approccio è ancora più evidentemente distinto rispetto a quello dei Baby-boomers, dei loro genitori: è diffusa la convinzione che un lavoro si trova sempre e comunque, la precarietà si è da tempo consolidata come parte integrante del sistema; si perde un lavoro, un’opportunità, di sicuro se ne trova un’altra. La loro motivazione non è legata ai grandi obiettivi del lungo termine come nel caso propri genitori (la carriera, la casa, il risparmio per la pensione) quanto a quelli a breve: un lavoro deve soprattutto farti sentire realizzato in quel momento, darti un senso di felicità e un po’ di soldi in tasca da poter spendere con gli amici nel fine settimana. Tendenzialmente i Millenials sono tutt’altro che individualisti: mostrano un vivo senso civico con una propensione a fare parte di progetti lavorativi che hanno scopi sociali (ed in questo il loro essere ‘connessi digitalmente’ è un grosso stimolo e un grosso aiuto). Lavorativamente è anche salda in loro una propensione alla collaborazione, all’integrare le proprie idee ed il proprio talento con quello degli altri raggiungendo obiettivi comuni. E’ l’aspetto qualitativo delle cose che viene privilegiato rispetto a quello quantitativo ed in tal senso loro credono molto nell’importanza di saper ben bilanciare il tempo trascorso al lavoro (o allo studio) rispetto a quello dedicato allo svago e al relax. Il creare qualcosa di nuovo e socialmente utile rappresenta per loro una forte spinta motivazionale, ma senza eccessi, senza evitabili ansie e tensioni.
Personalmente mi sono trovato a riflettere parecchio su questa generazione quando ho incontrato casualmente (in aereoporto o tramite amici comuni) Millenials che si sono arruolati nella guerra in Iraq (e percentualmente rispetto al totale delle forze americane, sono la generazione più presente al conflitto). Immancabilmente ho avuto da loro commenti disillusi rispetto allo spreco e l’inutilità del conflitto. Molti di loro sono partiti spinti dall’opportunità economica (in termini relativi) e (almeno fino a quattro o cinque anni fa) anche da un senso di servizio e dovere civico. Sono tutti ragazzi che (quando sono riusciti a rientrare dall’Iraq) hanno mostrato di essere cresciuti e maturati in fretta. Delusi e disillusi da tanta ipocrisia nelle gerarchie politiche e militari ora vogliono semplicemente trovare un po’ di serenità e contribuire, nel loro piccolo, a cambiare tante cose che non hanno più senso.
Recentemente ho anche partecipato ad alcuni incontri che responsabili del personale e dirigenti aziendali di varie organizzazioni hanno organizzato allo scopo di confrontarsi su temi problematici e di opportunità comuni; quello dei Millenials era tra i primi della lista. Una signora responsabile risorse umane di una catena alberghiera sottolineava “E’ una cosa incredibile. Sembra quasi che non ci sia più un’etica del lavoro. I giovani d’oggi sembrano non voler comprendere il concetto di orari di lavoro e della puntualità. E alla seconda volta che gli fai notare la cosa mollano tutto e non si fanno più vedere. Ma cosa vogliono fare? La cosa veramente incredibile è che ultimamente mi sono trovata più di una volta a dover discutere con genitori che si erano presentati per protestare perché a loro parere avevamo dato al loro figlio ‘orari impossibili’ e poi mi ero azzardata a fargli notare quali fossero realmente alcune regole di lavoro”. Un dirigente di cartiera “Da noi è diventato praticamente impossibile assumere giovani disposti a fare il turno di notte. Nemmeno si presentano alle selezioni. A pensare che fino a qualche hanno fa i lavori che noi offrivamo erano fra quelli più ambiti”. Si discute parecchio proprio del fatto che non si sa più cosa fare per saperli motivare “ma cosa vogliono veramente? Di sicuro non cercano una carriera. E dire che abbiamo investito tanti anni per definire percorsi di carriera chiari e con progressioni retributive concrete”. Il fatto è che queste aziende (appartenenti a tradizionali settori di servizi e produzione nel Mid-west americano) si trovano a confrontarsi con l’uscita dei ‘fedeli’ Baby-boomers e hanno enormi difficoltà a sostituirli con chi si sta introducendo nel mondo del lavoro. Cosa fare?
Millenials; problema o opportunità per le aziende americane?
Vari esperti danno consigli più o meno pratici sul tema “Managing Millenials”. Si sottolinea che sono una generazione con un potenziale incredibile anche perché é la prima generazione abituata a trarre il massimo dalla tecnologia che rende il mondo sempre più integrato. Si sottolinea anche che gestire questo potenziale richiede cura, dialogo e soprattutto attenzione al così detto lato ‘soft’ (quello umanistico). Insomma, come nel caso dei genitori, anche i manager dei Millenials devono rendersi conto che le cose sono veramente cambiate e che il loro approccio deve essere consapevolmente preparato e messo in pratica. E’ un’opportunità di crescita e sviluppo sia per i giovani che per i meno giovani. Punto primo: dare a loro un mentore; c’è bisogno di qualcuno che sappia comprendere e dialogare faccia-a-faccia, uno alla volta, con i Millenials stimolando dialogo. Si mette in evidenza che già alcune multinazionali come Procter and Gamble o Siemens hanno studiato programmi di questo tipo in cui affiancano il giovane nuovo arrivato ad un manager di mezza età appositamente formato allo scopo. Un manager che sappia trasmettere al giovane gli aspetti utili della propria esperienza. Punto secondo: c’è bisogno di creare compiti che rappresentino sfide intellettivamente stimolanti, i Millenials posso essere disposti a tollerare lavori quotidiani di routine se si da loro modo e opportunità di esprimere le proprie idee per cambiare e migliorare le cose. Il fatto è che il loro talento potenziale e la loro creatività è veramente sprecata in lavori ripetitivi. Punto terzo: creare atmosfere di lavoro in cui sia concretamente incoraggiata la collaborazione, i giovani sono molto attratti da questo. Punto quarto: tener sempre ben presente che il lavoro può e deve essere anche divertimento, spesso si accusano i giovani di essere svogliati, in realtà sono pronti a fare molto e lavorare per lunghe ore se l’ambiente lavorativo stimola all’apertura, alla comunicazione, all’interazione con gli altri e al divertimento. Punto quinto (e fondamentale come supporto a tutti gli altri): mostrare sempre un atteggiamento di rispetto e apprezzamento. Rispetto per il loro modo di essere e di pensare (al quale l’azienda deve trovare modo di rapportarsi) e apprezzamento per il contributo che danno. A volte anche un semplice, ma sincero, grazie può fare la differenza. Complessivamente si sottolinea che questi giovani devono essere gestiti con consapevolezza, individualmente e non dando niente per scontato; ogni momento, ogni evento può essere importante per aiutarli a riconoscere nel loro lavoro quel senso di significato e rilevanza che stanno cercando.
Anche Richard Florida ha approfondito alcuni aspetti chiave dei Millenials nei suoi libri sul tema “classe creativa”; ne ho discusso con quel gruppo di dirigenti ed in realtà ho notato che la cosa ha dato vitalità all’incontro (soprattutto i dirigenti genitori di Millenials si sono mostrati molto interessati alla cosa). Abbiamo convenuto che in realtà il problema centrale non sono i giovani in se; a modo loro hanno professionalità e voglia di fare. Si mostrano svogliati e totalmente dipendenti (nel senso che sono continuamente a chiedere cosa fare e come fare) su compiti di routine che magari non hanno per loro il massimo del significato o comunque chi li gestisce non è riuscito a trasmetterlo a loro. Si, vanno gestiti con il metodo giusto, vanno compresi, stimolati, ascoltati, rispettati. Ma alle strutture e all’organizzazione tradizionale ancora presenti (e apparentemente imprescindibili) nella maggior parte delle aziende chi ci pensa? I Millenials vogliono sentir parlare (e soprattutto vedere nei fatti) di collaborazione, nuove idee socialmente utili; me lo hanno confermato anche alcuni professori che sono abituati ad interagire quotidianamente con loro. Tutti questi sono aspetti di cui la società americana e le aziende americane hanno un estremo bisogno se vogliono rapportarsi in modo concreto e costruttivo con il resto del globo. Si potrebbe osservare che le complessità che comporta l’inserimento dei Millenials nel mondo del lavoro rappresentano in realtà un’opportunità reale di crescita ed evoluzione non solo economica ma anche sociale. Ma per stimolare questa evoluzione e sviluppare al meglio il potenziale dei giovani è necessaria una leadership (in termini sia politici che aziendali) molto più aperta, articolata e dinamica rispetto a quella attuale. E’ una bella sfida sia organizzativa che sociale e culturale; sono proprio curioso di vedere come si svilupperà. Ho anche notato che ciò che i Millenials sembrano volere è molto vicino a quanto è emerso da una ricerca empirica molto approfondita svolta di recente negli USA che ha coinvolto migliaia di manager e professionisti affermati e di cui ho già scritto tempo fa su queste pagine. Lo studio è stato raccolto nel libro “The Opt - Out Revolt. Why people are leaving companies to create kaleidoscope careers” di di Lisa. A.Maniero & Sherry E. Sullivan. Tre valori sono emersi come principi guida a molte scelte professionali: autenticità, equilibrio (fra vita privata e lavoro) e sfide vere. Interessanti questi paralleli, non è vero? Vuoi vedere che i Millenials hanno veramente un senso di saggezza che ancora non gli è stato propriamente riconosciuto?
E in Italia?
E i Millenials italiani? Credo che in certi valori chiave non siano poi così diversi rispetto ai coetanei americani; di sicuro il precariato selvaggio e privo di opportunità vere pesa parecchio in Italia dove ancora prima di potersi permettere di pensare a progetti di più ampio respiro e valore sociale si deve pensare a conquistarsi un posto di lavoro ‘per sopravvivere’. Credo anche che sia sempre più rilevante stimolare un clima di dialogo e scambio vero di esperienze di vita e riflessioni fra i Millenials italiani, americani e magari anche a livello globale. Proprio da questa generazione, se compresa e stimolata, anziché ostacolata e derisa, potrebbero nascere quelle nuove idee e quei nuovi spunti per far evolvere veramente un sistema produttivo ed economico con quelle visioni e quelle pratiche di ampio raggio sociale di cui tutto il globo ha estremamente bisogno... Alla prossima!
Bibliografia:
“What advice do you give for parents of teens form the Millenial generation?” - ChristianAnswers.Net
“Managing Millenials” - AMA (American Management Association)
“The Next Twenty Years: How Customers and Workforce Attitudes Will Evolve” - Harward Business Review - July/August 2007
Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista mensile "Persone e Conoscenze" Novembre/Dicembre 2007 (www.personeeconoscenze.it)
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