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Vedi solo chiodi? Forse hai bisogno di qualche attrezzo in più.
La formazione come bagaglio di ‘attrezzi da lavoro’ per rafforzare le possibilità di scelta.
Sfide e stimoli culturali dalla prospettiva di una formatrice americana.
Chi, in qualità di formatore
professionale, non si è sentito dire con una fermezza inaspettata:“Non
voglio cambiare. Io voglio migliorare”. “Non sono
un leader e neanche voglio esserlo. Sono
solo un responsabile”. “Io sono così.
È il mio carattere”. “E’ difficile”. Faccio
formazione professionale manageriale qui in Italia da cinque anni e ancora
queste affermazioni mi stupiscono; non nel senso che mi mettono in difficoltà e
magari non so come replicare a tono, ormai mi sono abituata. Mi stupiscono nel
senso che mi fanno riflettere. E mi
fanno capire tante cose sulla realtà lavorativa italiana e quanto sia diversa
la mentalità italiana rispetto a quella americana. E
a volte semplicemente, mi portano all’esasperazione! Certi
commenti, certe resistenze rappresentano una sfida per qualunque formatore.
Ma nella vita, le sfide non mi hanno mai intimorito.
Da Green Bay a Lucca
Stavo ancora frequentando l’ultimo
anno di liceo a Green Bay nel Wisconsin quando, a 17 anni, sono stata la più
giovane neo-assunta da Humana, una delle più importanti società private di
assicurazione sanitaria con oltre 18.000 dipendenti in tutti gli Stati Uniti. È qui che, durante una carriera di sette anni (nel corso
della quale mi sono anche laureata) ho maturata una forte sensibilità verso le
risorse umane e l’importanza di investire sulle persone. Dopo aver raggiunto una posizione manageriale mi sentivo
pronta per affrontare nuove sfide. Ho
deciso di mollare tutto e trasferirmi in Italia.
Sono arrivata nel 1999 con poco più di questo bel bagaglio di esperienza
professionale e una laurea in Comunicazione Aziendale.
Ho deciso di offrire alle aziende (partendo dalla zona di Lucca) questo
bagaglio professionale e culturale e ho co-fondato una società di consulenza
sulle risorse umane.
Ma torniamo in aula e alle affermazioni
dei partecipanti alle attività di workshop. Ammetto che la prima volta che ho
sentito ciascuna delle suddette affermazioni mi sono sentita presa alla
sprovvista e un attimo in difficoltà. Dico
‘la prima volta’ perché un buon consulente impara anche attraverso
l’attiva contemplazione delle affermazioni che distinguono (e di conseguenza
creano) le varie realtà delle aziende clienti.
Siamo consapevoli che la nostra realtà è fatta di percezioni, quindi un
buon consulente lavora sulle percezioni; sono le percezioni la materia prima del
suo lavoro.
Che bella sfida!
Cercare di comprendere, far emergere e in alcuni casi cambiare le
percezioni altrui. Ma prima di fare
questo dobbiamo divenire consapevoli delle convinzioni che sono alle base di
dette percezioni.
In America, dove ‘tutto è
possibile’, cambiare è sinonimo di migliorare; la maggior parte dei
responsabili aspirano ad essere riconosciuti come leader dai propri subordinati;
la rassegnata considerazione, “cosa vuoi farci; è carattere” non esiste
(si, è proprio cosi!); l’affermazione “è difficile” si sente dire solo
ed esclusivamente da bambini piagnucoloni (magari quando stanno lavorando su un
complesso problema algebrico seduti al tavolo di cucina. Insomma, una cosa che
un adulto si vergognerebbe troppo a dire in pubblico.)
Culture shock! Altro che!
Una bella scuola per imparare a lavorare sulle percezioni?
Certo che si!
In Italia, le cose vanno diversamente e
molte volte i miei clienti non esitano a farmi ricordare questo: “Queste
sono ‘americanate’.” Al che replico: “Qualsiasi scusa per non cambiare…”.
Ma, facciamo uno passo indietro. Prendiamo in esame l’affermazione:“Che devo fare?!
È carattere.” A mio parere, da un punto di
vista professionale (e sicuramente anche a causa della mia formazione e percorso
di vita) non esiste un’affermazione più esasperante di questa.
Di fronte a tali prese di posizione, così
nette e convinte c’è poco da dire. E’
cosi e basta. E’ verità
manifesta come ‘il mare è blu’ e ‘domani il sole sorgerà’. Insomma, un
dato di fatto, un qualcosa difficile da contestare perché percepita come verità
assoluta. Eppure sappiamo tutti che il sole non sorge affatto e che il mare ci
appare blu solo per un gioco di riflessi.
Un gioco di parole?
Niente affatto. Chi afferma
con tono di ferma rassegnazione ‘sono così’ crede veramente di non essere
in grado di cambiare, ha un atteggiamento del tipo, “Non ci posso fare
niente”. Questo non è un gioco.
La persona che pensa questo veramente non è in grado di cambiare.
Questo è la sua verità, la sua verità percettiva. Infatti, le nostre
percezioni sono le nostre verità. Inutile
mettersi a discutere. Questo è il
problema alla base di qualsiasi conflitto interpersonale.
Semplicemente ognuno vede la cosa dal proprio punto di vista, ognuno ha
la propria percezione della realtà.
Oggi, dopo anni e anni di studi e
ricerche nella psicologia e sociologia, sappiamo bene che la realtà è
soggettiva. Ognuno di noi ha un
proprio modo di interpretare il mondo attraverso un filtro percettivo che
costruiamo strato dopo strato fin dal giorno della nascita.
Eppure, ‘vediamo’ tutti il verde del prato e riscontriamo tutti gli
effetti della gravità. Jung
direbbe la condivisione di queste sensazioni è causata da quello che lui ha
definito ‘il subconscio collettivo’. Tutto
il resto è molto individuale, soggettivo.
Da un punto di vista professionale mi
sono spesso posta questa domanda: “Qual’ è il modo migliore per gestire
questo tipo di atteggiamento?”. Con
rassegnazione? (“Evidentemente
questa persona si trova qui contro la propria volontà.
Cercherò di farlo stare zitto più che posso in modo tale da evitare che
il suo atteggiamento possa avere un impatto negativo sul resto del gruppo”).
Arrabbiandosi? (“Questo qui c’è
l’ha con me”). Esiste un’altra tattica che spesso io utilizzo per
‘scuotere’ certe convinzioni. Una tattica che si sviluppa in un dialogo
molto franco sulle seguenti linee:
“Io sono così.
È carattere.” “Allora sei soddisfatto dei
risultati che stai ottenendo?” “Non tutti.”“E
non puoi far niente per migliorare la situazione, perché la situazione è
questa; punto e basta.” “Più o meno.” “Allora saresti proprio vittima
del tuo carattere.” “Proprio vittima,… non direi.” “Comunque, il tuo
carattere ti impedisce di fare certe cose.
Vero?” “Eh.” “Quali cose?
In particolare?” “Per esempio,… se uno è ‘chiuso’ non può
diventare amico di tutti, estroverso e gioviale.” “Pensiamo
in termini aziendali. Quale potrebbe essere un obiettivo aziendale che uno ‘chiuso’,
come dici tu, si troverebbe a dover raggiungere per vincere questo suo modo di
stare con gli altri?” “Ad esempio, un impiegato che deve gestire le persone
e gli viene detto che deve diventare ‘leader’.”
“Bene.
Dunque, in questo caso il ‘chiuso’ è consapevole delle capacità che
deve sviluppare per diventare un buon leader.
Una volta raggiunta questa consapevolezza, ha delle scelte. Se invece, l’individuo continua a porre resistenza,
nascondendosi dietro mediocri prestazioni nell’ambito della leadership con la
scusa del suo ‘carattere’, non raggiunge questo livello di consapevolezza e
non ha scelte a disposizione.” A questo punto del dialogo c’è sempre un
silenzio riflessivo. Credo che il mio interlocutore stia pensando il solito
‘sono americanate’…; evitando che questo pensiero si manifesti in parole,
io continuo:
“Credere di non poter cambiare
comportamento per colpa del proprio carattere è una barriera fortissima che ci
poniamo da soli. Non deve essere
così. Quando cominciamo a
ragionare in termini di obiettivi, cioè identificare dove vogliamo arrivare e
poi identificare i comportamenti (o le azioni) necessari per raggiungere tali
obiettivi, il mondo si apre davanti a noi con una marea di scelte e possibilità.”
Scelte e possibilità… percepire la nostra realtà come un orizzonte che si
apre. L’immagine colpisce e da un senso di energia a molti. Ci sono comunque
anche casi ‘cronici’ che richiedono tattiche ben più articolate;
l’esperienza mi ha dato comunque modo di risolvere positivamente anche questi
casi… .
A che serve la formazione?
Spero
che l’episodio descritto sia utile a colleghi che si trovano di fronte a certe
resistenze in aula. Dover
rispondere su due piedi davanti a tutti non è semplice.
Per chi invece è (o era) convinto che ‘il carattere’ regna sopra
ogni cosa, spero di aver chiarito la cosa una volta per tutte e con questo aver
fornito un piccolo spiraglio di speranza in più.
Il comportamento si può cambiare. Nessuno,
no nessuno, va lasciato a se stesso, al suo rassegnato “è carattere”.
Se ti senti pronunciare questa frase in merito a te stesso oppure
in merito ad altri, sii consapevole che stai creando barriere inutili e
artificiali all’espressione di un comportamento attivo e costruttivo. Ecco,
questa è una verità. Sono stata chiara? Una volta creato un contesto di
costruttività e azione possiamo dedicarci alla vera formazione partendo dalle
sue radici, dalla sua essenza, “back
to basics” diciamo in America.
A che serve la formazione?
Qual’è il suo scopo?
Io credo che lo scopo principale della
formazione sia quello di offrire delle scelte, delle opzioni.
Il non formato va per tentativi facendo affidamento sul proprio istinto.
Con l’esperienza (alcune cose gli vanno bene altre no) il non formato
riesce a comunque creare un senso di orientamento che i particolarmente
fortunati o persistenti trasformano in una sorta di formula del successo.
Notiamo spesso queste dinamiche quando incontriamo imprenditori ‘veri’,
quelli che hanno creato e rischiato il tutto per tutto sulla propria pelle e
sono riusciti a creare un’azienda di successo.
A volte incontro uno di questi imprenditori che, con una determinata
schiettezza e semplicità, mi dice, “Guarda, non lo so… non ho la laurea, ma
secondo me, il modo migliore è questo…” e con semplicità e creatività
illustrano un punto di vista originale. A volte però questo non basta, o
richiede troppo tempo e soprattutto con questo approccio è difficile trasferire
conoscenza all’interno dell’azienda.
C’è un antico detto che recita,
‘Non sai quello che non sai’. Nell’ambito
della formazione, questo si traduce in: “se non so che esiste un altro modo
per raggiungere un obiettivo, non posso provare a farlo in un altro modo”. In
questo senso, divento ’vittima’ della mia realtà, delle mie percezioni.
Dalla mia prospettiva la formazione deve
fornire scelte appunto per evitare questo.
Ognuno di noi porta con se un bagaglio, una specie di valigia virtuale
piena di attrezzi. La formazione ti
fornisce degli attrezzi in più da aggiungere al tuo bagaglio. Mi viene in mente un altro detto, ‘Se l’unico strumento
che tu possiedi è un martello, per te ogni cosa sembra che sia un chiodo’.
La formazione consente di ampliare questa riflessione: “Guarda, si può
raggiungere questo risultato facendo così, così e così.
Il ‘martello’ non è l’unico attrezzo a tua disposizione per
aiutarti a raggiungere i tuoi obiettivi. Ti
offro uno strumento in più, una scelta in più.”
“Ma io sto bene così.”
A questa affermazione fatta a denti stretti, replico:
“Se stai già riscontrando i risultati che vorresti, non c’è bisogno
di cambiare (o in questo caso, imparare). Questa
tecnica è solo uno ‘attrezzo di lavoro’ in più da mettere nel tuo
bagaglio. Quando ti serve, potrai
utilizzarlo.” A chi insiste nell’opporre questa resistenza verso
l’apprendimento, a volte mi trovo costretta ad aggiungere: “Se comunque ti
ritieni soddisfatto dei risultati che raggiungi e pensi che sarà lo stesso
anche in futuro, nessuno ti obbliga a stare qua al workshop, sei liberissimo di
andartene”. Il fatto che dica questo con lo stesso tono e schiettezza ad un
caposquadra, un dirigente di vertice o imprenditore rispecchia un certo
pragmatismo americano, vengo ‘etichettata’ come “tosta ma costruttiva”.
Interessante notare che, fino ad oggi, ne un caposquadra, ne un dirigente o
imprenditore ha abbandonato un mio workshop, anzi, il messaggio è arrivato
forte e chiaro. Questo mi fa capire che aldilà di differenze culturali la
natura umana è fondamentalmente la stessa: dignità e orgoglio sono una forte
guida per tutti noi.
Come un buon datore di lavoro non
chiederebbe mai al proprio contabile di fare il suo lavoro solo con carta e
penna, così un buon imprenditore o manager comprende l’importanza di fornire
ai propri collaboratori gli attrezzi giusti per svolgere il proprio lavoro.
Oggi, i compiti stanno diventando sempre più complessi e vanno ben oltre
aspetti strettamente operativi. Una
volta bastava fornire attrezzi fisici ad un neo-assunto:
scrivania, cancelleria, computer, telefono.
Oggi gli attrezzi di lavoro vanno ben oltre questi elementi fisici,
includendo anche capacità quali: saper ascoltare, rapporti interpersonali,
leadership, problem-solving, assertività, ecc..
Le capacità sono attrezzi di lavoro
Stai cercando di chiedere a te stesso o
ai tuoi collaboratori di fare tutto con solo un ‘martello’ in mano?
Io credo che, in Italia, l’attuale mancanza di sensibilità verso la
formazione ‘vera’ (la formazione che effettivamente porta
all’arricchimento della persona e la induce a scegliere comportamenti più
efficaci al suo ruolo) sia dovuta a questo: alla mancata percezione delle
capacità come veri e propri attrezzi di lavoro.
Una volta che riusciremo a cambiare questa percezione, riusciremo a
influenzare positivamente l’atteggiamento dei datori di lavoro riguardo alla
formazione professionale. La formazione sarà percepita come un investimento
concreto piuttosto che come un benefit concesso a malincuore o, peggio ancora,
un costo superfluo.
Io ho scelto questa professione proprio
per questo motivo. Amo fare la
formazione perché mi dà la possibilità di avere un vero impatto sulle
percezioni delle persone. E con
questa maggiore consapevolezza i partecipanti ai miei workshop sono maggiormente
in grado di raggiungere i loro obiettivi. Le
aziende esistono fondamentalmente per questo: identificare e raggiungere
obiettivi.
L’altro giorno durante un workshop, un
partecipante ha affermato con una forte convinzione, “Secondo me, tutti gli
obiettivi sono qualitativi perché anche quelli quantitativi contribuiscono ad
aumentare il livello di qualità.”
Ho pensato fra me e me, “Gli italiani
non smetteranno mai di stupirmi”.
In fondo è proprio questo aspetto di
innata creatività nel pensiero e nella parola che caratterizza gli italiani ed
è questo che dà uno stimolo ancora più forte alla mia professione: è bello
aiutare le persone a conoscersi, comprendere il proprio potenziale e metterlo in
pratica. Ed è ancora più bello quando nel far questo ad arricchirsi in senso
professionale e personale non è solo l’individuo ma tutto il gruppo di
lavoro, formatrice inclusa!
Rachel L.Vigue è co-fondatrice di
Professione Lavoro
Rachel.vigue@professionelavoro.net
Questo articolo è stato pubblicato
sulla rivista Persone&Conoscenze numero di luglio-agosto 2004 (www.personeeconoscenze.it)
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