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Rimboccarsi le maniche e ripartire da zero.
Lavorare e poi laurearsi ma solo per divenire uno studente permanente...
L’esperienza
di un italiano che ha trovato la propria identità professionale frequentando
un’università americana. Professionalmente si cresce in fretta quando ci si
cala nella pratica con determinazione; quando si ha l’opportunità di essere
costantemente messi alla prova; quando si riscontrano risultati positivi e si ha
l’umiltà di riconoscere ed imparare dagli errori commessi. Ma si cresce,
anche, acquisendo strumenti e modelli sociologici e psicologici e antropologici.
Purchè si tratti di strumenti e di modelli che partono dalla pratica per
ritornare alla pratica. Nozioni, idee e riflessioni servono a poco se non si ha
la capacità e l’umiltà di utilizzarle con lo spirito della continua ricerca.
Nel posto giusto al momento giusto
Ripartire da zero a ventiquattro anni.
Qua in Italia spesso a questa età si frequentano ancora corsi universitari o si
è ancora in cerca di un lavoro vero nel quale ci si senta realizzati. Io avevo
già aperto e chiuso capitoli di vita su entrambi i fronti.
All’università avevo dato
svogliatamente un esame, utilizzando qualche ora di permesso dall’ufficio,
senza il minimo di preparazione. In fondo i 60/60 del diploma di Ragioniere
dovevano essere più che sufficienti per superare decorosamente Ragioneria 1 (si
chiamava così?). La prova orale era stata quella più interessante, non tanto
per i contenuti, ne per come si era svolta; ma per l’osservazione che il
Professore aveva fatto in modo diretto e guardandomi negli occhi: “Paterni, ma
lei che fa,… lavora?” . Probabilmente la domanda era sorta spontanea notando
il modo istintivo e pratico con il quale mi calavo nella risoluzione di
problemi. “Si” era stata la mia colpevole risposta. “Penso per il suo bene
che debba scegliere, o una strada o l’altra; le va bene un 23?”
“Benissimo, la mia scelta l’ho già fatta. Mi serve il timbro sul libretto
per consegnare il tutto in segreteria e ritirare il mio diploma”. “Buona
fortuna”. Il primo capitolo era chiuso.
Il capitolo lavorativo avevo proprio
avuto la fortuna di aprirlo a pochi mesi dal diploma. Era stato quasi per gioco.
Ricordo ancora i primi giorni in ufficio ad archiviare corrispondenza dei
clienti e imbustare fatture. Fino a pochi giorni prima il mio mondo era
circoscritto alla realtà di provincia Toscana, anzi alla realtà di campagna,
ora mi trovavo a toccare un foglio che avrebbe raggiunto il Giappone! Che
emozione! Entrare al momento giusto nel posto giusto in un’azienda di
produzione meccanica in forte espansione a livello mondiale. Ufficio
“Concli” (contabilità clienti); spazio per lavorare, inventare, scoprire
l’emergente mondo del PC. Lotus 1-2-3 il foglio elettronico. Che divertimento!
A ventitre anni il primo volo in aereo. Destinazione: USA. Missione:contribuire
a organizzare meglio i legami amministrativi e finanziari fra casa madre e le
filiali americane magari riuscendo anche a capire come funziona il sistema
amministrativo americano.
Un mondo nuovo
Un mondo nuovo, una lingua straniera che
progressivamente mi entrava in testa. All’inizio era dura: “Ma come parlano
questi americani? Sembra che abbiano costantemente una patata bollente in
bocca!” Cose insolite che mi facevano sorridere, riflettere, maturare come
persona e professionalmente: “Ma quanto caffè bevono? Sempre con quella tazza
in mano! Ma è caffè o acqua sporca?” “Mamma mia quante storie per essere
arrivato un po’ troppo veloce nel parcheggio! Mica è colpa mia se questi
pneumatici americani fischiano da soli!” “La finanza che preannuncia un
normale controllo di routine inviando una lettera tre settimane prima… e
indicano pure cosa vogliono controllare! Incredibile!!!” “Il venerdì è
casual day: i jeans sono consigliati e si raccomandano i colori della locale e
famosissima squadra di football! Passi per i jeans ma di magliette o maglioni
verde e oro non se ne parla proprio!…”.
Ancora voli con l’aereo; passare in
tre o quattro ore da una temperatura polare sotto un cielo grigio e un paesaggio
imbiancato dalla neve, ad un sole tropicale splendente con i vestiti che ti si
appicicano addosso per l’umidità. Cercare di calarsi nel sistema di
contabilità americano: “Sarà, ma qua il sistema mi sembra più diretto e
pratico rispetto al nostro!”. Pochi mesi, molto intensi, vissuti con la
consapevolezza di dover imparare alla svelta confrontandomi con persone e
situazioni molto distanti rispetto alla tranquilla vita di campagna. “Le cose
in teoria sembrano sempre più facili rispetto alla pratica”.
Professionalmente si cresce in fretta quando ci si cala nella pratica con
determinazione; si ha l’opportunità di essere costantemente messi alla prova;
si riscontrano risultati positivi e si ha l’umiltà di riconoscere ed imparare
dagli errori commessi. Avevo anche la fortuna di essermi ritrovato la strada
aperta da un collega che aveva passato vari mesi nello stesso ruolo. La grinta
non mi è mai mancata e il fatto di sentirmi appoggiato dalla direzione italiana
a volte mi portava a “peccare” in mancanza di umiltà. Ma il tutto faceva
parte del gioco.
Mi trovavo sempre più stimolato
dall’osservare e riflettere su dinamiche di lavoro, sui rapporti umani, le
differenze culturali facilitavano tutto questo processo di apprendimento.
Cambiamenti manageriali, già in corso alla mia partenza dall’Italia, iniziano
a produrre i loro effetti: devo rientrare in Italia. Il tutto fa parte di un
progetto più ampio di riorganizzazione dell’area contabilità clienti e
finanziaria. Nonostante comprenda certe dinamiche e senta il mio diretto
superiore vicino, di colpo mi sento un numero. Anzi, dei numeri inizio ad averne
abbastanza. Non ho stimoli nel ragionare su “pronti contro termine” , swaps
ecc. o forse sento di non avere le capacità giuste; in ogni caso il tutto
diventa per me noioso e ripetitivo. Sono sempre più distratto e commetto errori
sciocchi. Ho la sensazione che il mio destino lavorativo sia solido e sicuro ma
troppo in mano a volontà altrui su
logiche che non posso controllare. Per cercare di capire quello che avviene
attorno a me inizio a leggere qualche libro, qualche articolo di psicologia e
sociologia. “Interessante, ecco il perché di certi comportamenti e certe mie
reazioni… quanto c’è da imparare! E’ l’ora di cambiare. Basta! Voglio
tornare a sentire l’energia, la curiosità, la forza che ho sempre avuto.
Voglio approfondire questi temi a livello universitario. No! Non in Italia! “.
Questo chiude anche il secondo capitolo di vita aprendone uno nuovo, sicuramente
quello più interessante perché caratterizzato da un senso di avventura al
limite dell’inconsapevole incoscienza… quell’incoscienza indispensabile
per iniziare un viaggio unico, irripetibile e lunghissimo: la conoscenza di se
stessi.
L’università Made in USA
Mi sono dilungato nel parlare di questi
due capitoli di vita, prima di introdurre quello riguardante il tema centrale di
questo articolo, perché il mio modo di vivere l’università è stato molto
legato alle esperienze professionali e di vita precedenti. La mia motivazione
nello studiare non veniva certamente dal bisogno di un pezzo di carta per
iniziare un percorso di carriera remunerativo e di soddisfazione (in teoria per
questo avevo già avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento
giusto, bastava avere pazienza e saper attendere – la pazienza è merce rara
quando si ha poco più di venti anni…). Volevo semplicemente capire,
conoscere, esplorare, mettermi in discussione sotto tanti punti di vista.
L’esperienza aziendale mi aveva aperto mondi e prospettive per me fino a quel
momento del tutto sconosciute. Volevo conoscere il mondo aziendale in una
dimensione a mio parere più ricca e interessante di semplici numeri.
Soprattutto volevo iniziare un percorso di vita che mi portasse ad avere stimoli
continui di apprendimento, di confronto, di iniziativa e creatività.
L’esperienza universitaria in America effettivamente mi ha dato tutto questo.
Ho scelto l’università da frequentare
principalmente sulla base di due criteri: la conoscenza della città (una
cittadina industriale del mid-west americano dove avevo già trascorso alcuni
mesi) e la possibilità di seguire un programma di studi ‘su misura’. Mi
spiego meglio: intendevo comprendere come funzionano le aziende non dalla
prospettiva del programma classico di Business Administration ma da quella della
psicologia e della sociologia. Questo non per diventare uno psicologo o un
sociologo; semplicemente per acquisire punti di vista, prospettive, tecniche,
strumenti che mi avessero permesso di comprendere meglio un mondo che, con
l’esperienza diretta, mi era parso meno lineare e prevedibile rispetto alla
partita doppia o ai mercati finanziari: quello dei rapporti umani in un contesto
produttivo.
“Interessante, è possibile. Sarà
necessario lavorare con tre facoltà: business management; psicologia e
cambiamento e sviluppo sociale. E’ però indispensabile fornire delle
motivazioni concrete per questa scelta e ottenere l’approvazione di
un’apposita commissione interdisciplinare”. Il tono suadente e amichevole
del ‘career counselor’ presente in campus mi piaceva. Aveva un sorrisetto
strano, un po’ malefico, fra il divertito e il sarcastico, che in italiano mi
si traduceva in testa: “Tu guarda questo! Come si vuole complicare la
vita!”. Fra le tante esagerazioni e ‘americanate’, ci sono due espressioni
che ho subito apprezzato del mondo universitario Made in USA: “è
interdisciplinare” ed “è possibile”. Sono due espressioni che hanno
contribuito a chiarirmi quello che volevo fare e soprattutto mi hanno concesso
di passare dal confortevole mondo delle idee al mondo più scomodo, ma molto più
appagante, della loro realizzazione pratica. In America andare all’università
costa parecchio, al tempo stesso si ha l’impressione di investire i soldi, non
di buttarli al vento.
Tutt’oggi associo l’esperienza che
ho vissuto ad un senso di organizzazione, una logica di gestione e soprattutto
un rapporto schietto, diretto e costruttivamente informale con i professori;
questo anche per i corsi ‘generici’ iniziali ai quali partecipano
contemporaneamente anche cento o duecento studenti. Poi, selettivamente, il
numero dei partecipanti per classe si riduce, ognuno prende la sua strada
(parecchi prendono anzitempo la strada dell’uscita per non rientrare mai più)
e ci si trova in classi di venti trenta persone con le quali tipicamente si
condividono interessi accademici. Beh, devo ammettere che spesso in alcune di
queste sessioni mi sentivo un po’ come il classico pesce fuor d’acqua: nei
corsi avanzati di psicologia, sociologia e soprattutto cambiamento e sviluppo
sociale da una prospettiva storica e politica mi trovavo in netta minoranza.
Cosa ci faceva un “venduto al capitalismo” in una classe coordinata da un
eccellente professore celebre per le sue ricerche ed i suoi scritti sulla
tradizione marxista?
Era interessantissimo studiare e
realizzare progetti in gruppi di lavoro composti soprattutto da futuri
assistenti sociali, psicanalisti, psicoterapeuti, storici o antropologi. Spesso
e volentieri finivo per coordinare il nostro gruppo di lavoro composto da
quattro, massimo cinque persone (purtroppo le mie precedenti esperienze
professionali mi portavano a concentrarmi su due parole che spesso frustravano
le interessantissime divagazioni dei miei colleghi: efficienza ed efficacia. Per
questo spesso finivo per trovarmi a coordinare il gruppo, in fondo le dinamiche
erano quelle aziendali: risorse limitate e scadenze fisse.). Sviluppavamo due o
tre progetti di ricerca per semestre; ricerche che poi dovevamo presentare
formalmente, con tanto di feedback schietto e immediato da parte
dell’audience, ai nostri stessi colleghi. Interessanti erano anche i
‘materiali’ di studio: al classico libro di testo del
professore di turno si aggiungevano altri testi, spesso con prospettive
diametralmente opposte, e soprattutto eravamo invitati ad arricchire i frequenti
dibattiti in aula con temi di attualità tratti da giornali e riviste più o
meno specializzate. Erano frequenti anche gli interventi da parte di personaggio
autorevoli sul tema specifico o di ex studenti ormai avviati ad una brillante
carriera.
Studente
Studiavo a ‘tempo pieno’, seguendo
un sistema di crediti simile a quello recentemente introdotto in Italia. Nel
corso dei tre anni e mezzo investiti nel laurearmi credo di aver notevolmente
migliorato soprattutto la mia identità di studente. Così avevo anche modo di
lavorare attorno alle 35 ore settimanali. Un tempo, studiare per me un tempo
significava assorbire quello che era necessario ricordare al fine di superare
l’esame; semestre dopo semestre studiare è diventato una specie di lavoro in
laboratorio: il laboratorio delle idee, delle riflessioni. Un laboratorio che mi
sono creato in testa e che continuavo ad arricchire. All’inizio del terzo anno
ho anche identificato il titolo da dare alla mia laurea: “Dynamics in
Organizational Enviroments”. Erano state soprattutto le lezioni in cambiamento
e sviluppo sociale a darmi lo spunto giusto. Alcuni dei corsi in quella facoltà
sono stati per me una totale rivelazione. Per prima cosa, ho dovuto studiare
parecchio da solo per portarmi al passo di quella formazione culturale classica
che, chiaramente, non ho ricevuto nel corso dei cinque anni trascorsi
all’Istituto Tecnico Commerciale. Ricordo ancora le chiacchierate appassionate
con il professore a capo di quella facoltà. Sentivo maturare in me un senso di
prospettiva storica e sociale; una prospettiva utilissima per dare un senso di
vitalità alle trasformazioni delle dinamiche organizzative nel corso del tempo.
Devo ammettere che con questo tipo di background corsi sulla struttura
organizzativa, sul marketing o sul comportamento organizzativo sono stati per me
facili da assimilare, anzi, a volte un po’ noiosi.
Spesso per chi aveva seguito il percorso
tradizionale della facoltà di Business Administration comprendere le dinamiche
reali presenti all’interno di una struttura organizzativa non era semplice.
E’ facile fare teoria e parlare di struttura a matrice, metterla poi in
pratica nei nostri gruppi di lavoro mostrava poi insidie che loro riconoscevano
solo all’atto pratico. A me succedeva di prevedere certe dinamiche in
anticipo, non perché fossi più intelligente (anzi, tutt’altro, prova ne sia
che ho sempre ‘fatto a botte’ con la matematica, la fisica, la chimica e
altri soggetti che io percepisco come più o meno astratti) semplicemente perché
era diversa la mia prospettiva. Gli altri spesso si vedevano già manager di
organizzazioni e guardavano i problemi dall’alto verso il basso; io ero
rimasto affascinato dal concetto “from the bottom-up” (dal basso verso
l’alto) che veniva associato a tanti movimenti storici di ideologia più o
meno rivoluzionaria.
Studente permanente
Tutto questo, unito alle mie esperienze
professionali, mi portava a calarmi nella situazione dalla prospettiva di chi il
lavoro lo sviluppa in senso operativo e concreto. Ed è questa prospettiva che
tutt’oggi stimola molto la mia professione di consulente e formatore. Mi aiuta
a capire e far comprendere come riuscire a sbrogliare situazioni complesse, o
riconoscere e sfruttare opportunità non così facilmente identificabili.
E’ proprio nel senso pratico, nella
prospettiva schietta e concreta che io sono arrivato ad apprezzare lo stampo
interdisciplinare che originariamente, devo ammetterlo, solo
per istinto o testardaggine volevo dare alla mia carriera universitaria.
Ed è grazie a professori che hanno avuto la pazienza e la costanza di
assecondare questa mia testardaggine che sono, passo passo, riuscito a capire
quello che effettivamente volevo raggiungere: diventare uno studente permanente.
No, non come quelli che sono perennemente laureandi (relativamente diffusi anche
in america), studente permanente nell’approccio alla vita e alla professione
di consulente e formatore. Studente permanente nel metodo volto alla ricerca,
all’associazione di idee; studente nell’umiltà di ‘rimboccarsi le
maniche’ e a volte ripartire da zero mettendo in dubbio convinzioni che mi
creo in testa e che mi rendo conto limitano le mie scelte, le mie possibilità
di soluzione da un punto di vista professionale.
Nel mio ufficio attuale, nonostante sia
un vorace utente di tecnologia informatica, c’è molta carta…molti libri.
Persino un editore ha commentato che quei libri in giro erano troppi…in realtà
continuo ad accumularli, leggerli per intero ed a pezzi, mischiarli, annotarli
proprio perché la mia prospettiva è quella dello studente permanente. Ho
notato che spesso riesco a stimolare a questo approccio anche imprenditori e
manager con i quali collaboro. Non ci sono mai verità assolute, solo percezioni
che servono o meno ad identificare, raggiungere, rivedere, raggiungere di nuovo,
obiettivi organizzativi e produttivi. Uno dei tanti pezzi di carta, si trova
incorniciato sulla parete dietro la mia scrivania: è la mia laurea “Summa Cum
Laude”. Ecco, per me non è altro che uno dei tanti pezzi di carta, il cui
valore è dato non dalle lunghe ore di studio ma dalla capacità con la quale
riesco a confrontarmi con nuove problematiche ed opportunità a cui la mia
identità professionale mi espone. In altre parole da come riesco a creare un
tangibile valore aggiunto per imprenditori, manager, colleghi con i quali
collaboro. Quel pezzo di carta non vale per ciò che so, ma per ciò che mi
permette di sapere, per il bagaglio a mano di attrezzi da lavoro che ha formato
in me permettendomi di utilizzarli nel momento che più ritengo opportuno;
spesso dalla prospettiva “from the bottom up” alla quale mi sento così
legato.
Proprio da questa prospettiva non
conosco abbastanza il mondo universitario italiano per poter affermare che il
percorso di crescita professionale che ho fatto negli USA non avrei potuto farlo
anche in Italia. Posso solo osservare (unendomi ai commenti che sento fare da
molti manager e imprenditori) che i neo-laureati italiani spesso, nonostante un
forte senso di determinazione e volontà, peccano nel senso di praticità ed
umiltà. A mio parere tutto questo avviene perché sia il sistema universitario
che gli studenti sono portati a percepire quel pezzo di carta come un traguardo
ed in realtà non si rendono conto (magari lo faranno poi a seguito di alcune
esperienze lavorative dolorosamente rivelatrici) che in realtà tante nozioni,
idee e riflessioni servono a poco se non si ha la capacità e l’umiltà di
utilizzarle con lo spirito dello studente permanente. Attenzione! Non sto
parlando dello stereotipato studente ‘secchione’, bravo perché ha
un’ottima memoria; mi riferisco allo studente bravo perché aperto a mettersi
continuamente in discussione con la sicurezza di riuscire a farcela proprio
grazie a quelle basi, quegli spunti, quell’approccio alla ricerca, al
comprendere, al risolvere, che dovrebbe aver acquisito negli anni universitari.
Siamo pronti a mettere quel pezzo di
carta incorniciato in soffitta, ‘rimboccarci le maniche’ e prendere quel
bagaglio a mano colmo di attrezzi da lavoro da lucidare e rinnovare
costantemente?
Riccardo
Paterni è co-fondatore di Professione Lavoro
riccardo.paterni@professionelavoro.net
Questo articolo è stato
pubblicato sulla rivista Persone&Conoscenze ( www.personeeconoscenze.it
) del Settembre 2004
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