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SLOW ECONOMY. Rinascere con saggezza
di Federico Rampini

SLOW ECONOMY: un concetto, un’osservazione, una realtà; due prospettive. Da un lato quella del sistema economico che rallenta, rischiando di bloccarsi; un sistema che impoverisce la realtà sotto tutte le dimensioni di vita e ne cancella le speranze di sviluppo e progresso. Dall’altro un sistema economico che lancia forti segnali di aiuto per invitarci concretamente a concentrarci su progresso e sviluppo basati su sostenibilità economico-sociale ed un reale incremento del benessere comune (riattivando quindi un senso di speranza e progettualità) che vada ben oltre i tradizionali indici statistici. E’ la vecchia storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto ed è anche il dilemma con cui tutti noi ci stiamo confrontando oggi. Leggere questo libro porta a riflettere proprio su questi due prospettive in merito alle dinamiche storiche, attuali e future del mondo Occidentale e quello Orientale. E’ una lettura che invita alla consapevolezza, spetta a noi poi scegliere come interpretarla e soprattutto come agire.
Il capitalismo cheap e il bicchiere mezzo vuoto
L’autore negli ultimi anni ha fatto il corrispondente di “Reppublica” a San Francisco, Pechino e ora a New York. Dalla sua prospettiva di ‘analista’ e cronista delle realtà dei due paesi, mette in evidenza il senso di decadenza e scarso dinamismo presente oggi negli USA hanno rispetto alla Cina. Negli USA il capitalismo ha portato, dalla seconda guerra mondiale in poi, un indubbio progresso materiale che ha incrementato notevolmente la percezione di benessere materiale e socio-culturale. I problemi sono iniziati quando si sono sempre più diffuse le forme del così detto ‘capitalismo cheap’, ovvero il capitalismo legato a ridurre sempre di più i costi, ridurre i prezzi e incrementare i consumi materiali influenzando pesantemente dinamiche non solo economiche ma anche sociali e culturali; scrive Rampini “cheap è decadimento generale di qualità, valori, professionalità”. Strettamente legato al capitalismo chep è anche una gestione del credito e della finanza che è poi alla base della crisi economico-finanziaria attuale: “Funzionale, indispensabile al capitalismo cheap è il suo corrispettivo finanziario: l’ipertrofia del credito al consumo. Ottocentocinquanta miliardi di dollari: è l’ammontare di debiti che gli americani hanno accumulato sulle loro Visa e Mastercard”.
Una docente della Boston University, Ellen Shell, ha scritto un libro sull’argomento traendo una considerazione che è emblematica rispetto al periodo di crisi che stiamo attraversando “Abbiamo appreso attraverso esperienze dolorose che un mondo cheap - dove il cibo costa sempre meno, la benzina è a buon mercato, il credito bancario sembra erogato a tassi generosi - è un mondo dove anche le donne e gli uomini valgono sempre meno”. Impoverimento; impoverimento economico-finanziario (che per la prima volta in trenta anni tocca anche la classe sociale al vertice della piramide economica che vede ridursi il suo patrimonio), impoverimento culturale e sociale, impoverimento nelle idee e stimoli di ricerca e sviluppo di opportunità. Tutti questi sono gli aspetti della realtà che rafforzano la prospettiva del bicchiere mezzo vuoto.
Consapevolezza e azione illuminate e il bicchiere mezzo pieno
La prospettiva del bicchiere mezzo pieno è quella che origina dall’indispensabile cambiamento che deve avvenire per migliorare il contesto di degrado e sofferenza determinato dal capitalismo cheap. Proprio negli USA, dove questa forma di capitalismo è nato, si hanno le prime dimostrazioni concrete di consapevolezza e azione volte a cambiare il sistema in modo positivo e proattivo. E’ l’esempio delle nuove emergenti forme di comunità sociali chiamate ‘Transition Town’. Scrive Rampini: “Da Boulder Point (Colorado) a Sandpoint (Idaho), decine di cittadine americane aderiscono al movimento delle Transition Town, che all’inizio del 2009 ha già reclutato 150 comuni in tutto il mondo. L’idea dell Transition Town è quella di pilotare una transizione verso stili di vita a basso consumo energetico: per esempio, promuovendo l’alimentazione a base di prodotti locali e aiutando l’artigianato di prossimità, per ridurre il ricorso al trasporto merci su lunghe distanze che è molto inquinante. Non sono ricette nuove, il movimento Slow Food le sostiene da tempo. (...) Anziché colpevolizzare il consumatore, o spaventarlo con visione apocalittiche del futuro, nelle Transition Town la comunità locale si unisce alla ricerca di nuovi stili di vita condivisi. L’idea è che cambiare abitudini tutti insieme è più facile, più virtuoso, meno ansiogeno.” Finalmente assistiamo concretamente a movimenti così detti ‘dal basso’ (dalla praticità quotidiana di tutti noi, persone comuni) in cui i protagonisti sono persone che intendono riprendere il controllo del proprio destino unendosi nel tornare a vivere radici di valori e pratiche legate a tradizioni antiche. In questo modo è possibile tornare non solo a dare un valore di reale professionalità e qualità a lavori, prodotti e servizi ma soprattutto a rivalutare il vero spessore del fattore umano. Questa è sicuramente la buona SLOW ECONOMY, quella sana, che anziché distruggere, contribuisce a creare e stimolarci al miglioramento reale.
Quello che sta avvenendo nelle Transition Town dovrebbe farci riflettere in merito alle origini e dinamiche di tante difficoltà che attualmente affliggono aziende di tutte le dimensioni e settori; siamo certi che il fattore umano, il reale ‘know-how’ presente in azienda venga realmente utilizzato per risolvere questi difficili confronti con la realtà? Oppure, schiavi del capitalismo cheap diveniamo vittime della prospettiva del bicchiere mezzo vuoto e non riusciamo a trovare soluzioni creative, concrete e coinvolgenti concettualmente simili o ispirate a quelle delle Transition Town’?
Come bere veramente da quel bicchiere...
Il sottotitolo del libro: Rinascere con saggezza’, è centratissimo nel messaggio di forza e speranza riguardo ad un percorso di rigenerazione economica e anche sociale che è ormai non solo auspicabile ma necessario. Come scrive l’autore “il sentiero che porta a una buona slow economy è stretto”; è un percorso difficile in cui il fattore chiave consiste nel non chiudere mai il proprio senso di prospettiva su opportunità, idee, innovazioni, modi nuovi di progettare, costruire e vivere la realtà. Senza vittimismi, ne rassegnazioni, con tanta energia positiva e voglia di fare, utilizzando sia la testa che il cuore, assicurandoci di non chiuderci mai nei nostri mondi (che sono sempre e comunque piccoli e claustrofobici di fronte al continuo cambiamento presente all’esterno). Su questo tema Rampini ricorda alcuni interessantissimi corsi e ricorsi storici che hanno portato ad un reciproco stimolo di sviluppo fra Oriente e Occidente. Nel 1433 “L’Italia del Rinascimento viene beneficiata dalla visita di una delegazione cinese, e anche grazie a questo contributo si prepara a sorpassare la stessa Cina nel secolo successivo.” “E’ anche la data simbolica di una sorta di passaggio del testimone tra due mondi. Da quel momento infatti volge al tramonto l’era gloriosa delle imprese navali cinesi, che si esauriscono dopo la morte dell’ammiraglio Zheng He. La dinastia Ming affonda progressivamente in un’involuzione autocratica e isolazionista. La sua capacità di eccellere nell’innovazione si indebolisce. La supremazia della Cina come centro del commercio internazionale e dello sviluppo delle idee viene sfidata da nuove potenze emergenti.” In anni recenti la Cina e l’Oriente sono tornati al dinamismo di tempi antichi e lo hanno fatto in un modo che deve far riflettere. Scrive Rampini: “La classe dirigente cinese ha difetti terribili e colpe imperdonabili, ma ha una qualità che non dimentico: da trent’anni ha deciso di ‘andare a scuola’ dai Paesi più avanzati. Studia sistematicamente i modelli che hanno funzionato meglio per imitarli. Con l’obiettivo di superarli. E’ un atteggiamento di umiltà e di modestia che troppi americani hanno dimenticato da tempo. L’autoreferenzialità, il provincialismo, ci rendono ciechi di fronte a novità importanti che emergono in luoghi lontani.”
Bere dal bicchiere pieno vuol dire dunque trovare in se stessi la forza del confronto vero con la realtà: aprirsi con umiltà e sete di apprendimento al mondo esterno mettendo da parte facili e scontati stereotipi culturali, sociali, raziali, geopolitici. Vuol dire adottare un atteggiamento di moderazione in tutto ciò che facciamo (ed in questo si può imparare molto dalle filosofie orientali richiamate da Rampini). Vuol dire imparare a capire quello che per noi è veramente importante, agire proattivamente per ottenerlo imparando a misurarlo concretamente (l’esempio del piccolo Stato himalayano del Bhutan dovrebbe far riflettere: da tempo misura il livello di benessere in un modo alternativo rispetto al tradizionale indice statistico del PIL, con il FIL - Felicità Interna Lorda - Rampini evidenzia che di recente il Presidente della Francia Nicolas Sarkozy “ha incaricato alcuni dei più autorevoli esperti mondiali di elaborare un misuratore di benessere ‘alternativo’ rispetto al PIL”). Bere dal bicchiere pieno vuol dire non dimenticarsi mai che di fronte al cambiamento la vera energia che ci permette di prevenirlo, gestirlo, stimolarlo è legata al reale senso di consapevolezza e autenticità che ciascuno di noi ha innanzi tutto con se stesso.
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