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L’ARTE DEL COMANDO la leadership come capacità di orchestr-Azione
Felix Faber, grazie alle prenotazioni dei SineQuaNon, crea dal nulla un impero industriale. Per mantenere il segreto della sua vision deve dirigere da solo migliaia di persone. Una consulenza on line gli consiglia di utilizzare la musica come strumento di comando. Cosa può succedere quando un manager utilizza una metafora per comunicare la strategia?
Un capitano d’impresa si distingue secondo il modo di trasmettere ai sottoposti il disegno, lo schema, le formule per farli operare nello stesso modo in cui agirebbe lui. Una questione di execution.
Non era semplice far funzionare la Fabbrica dei SineQuaNon. Per via del segreto industriale nessuno poteva conoscere il senso del proprio lavoro, così il signor Faber doveva impartire da solo gli ordini a 15.000 persone. Tra l’altro i suoi lavoratori avevano il cervello fuso, dopo che il governo della Pantàlia li aveva sballottati tra incarichi assurdi e alienanti per impedirgli d’organizzare la rivolta sociale.
Faber pensò che con quella massa d’idioti non sarebbe andato molto lontano.
Per prima cosa doveva farli lavorare il meno possibile con la testa. Era così che si cresceva nella Fabbrica. Secondariamente doveva trovare un metodo per farli lavorare con ritmo, precisione e motivazione. Aveva saputo di molti imprenditori andati con le gambe all’aria perché non erano riusciti a far sentire i lavoratori un tutt’uno con l’azienda. Una questione di leadership.
Inviò quindi una domanda a un consulente di carisma on line.
@- Ho dovuto assumere migliaia di lavoratori, allucinati dal JOBTEL, rintronati dalla crackaina, complessati dalla Multiproprietà. Tutta gente sconcertata, sbandata, giù di tono. Come posso trasmettergli ritmo e farli sentire in armonia con la mia Fabbrica?
@- Be’, gli metta su della bella musica! @– rispose a stretto rigor logico il consulente.
Regnò una frazione di silenzio, giusto il tempo perché Faber alzasse lo sguardo verso il poster del Pifferaio Magico, la sua favola preferita.
- Bell’idea! Li farò sgambettare a suon di musica, proprio come fece il Pifferaio con i ratti.
Ippomene1, l’addetto al posizionamento dei bastoni tra le ruote, che era scettico per contratto, venne chiamato a dire la sua:
- Signor Faber, la radiodiffusione come dal dentista rilassa, e copre i lamenti dei pazienti doloranti, ma se intende fare marciare migliaia di lavoratori a suon di musica … prevedo un gran casino.
Faber aveva assunto Ippomene per dimostrare che in Fabbrica era ammesso il contraddittorio. Stimolava il suo intervento sulle questioni spinose, così aveva modo di argomentare il contrario e sedare i dubbiosi.
- Ippomene, come al solito lei parla senza cognizione di causa. Con la musica potrò esercitare l’arte del comando, una dote che hanno i capitani, i maestri d’orchestra, i capibranco, le api regine. Io m’intendo di musica, perciò dirigerò a bacchetta quegli idioti. Comandare a parole ormai sono capaci tutti: basta metterla giù dura con qualche punto esclamativo. Ma le parole sono troppo vuote, leggere, e alla fine volano via. Ci vuole qualcosa che entri nell’anima e di cui non ci si possa liberare facilmente, tipo quelle melodie che t'invadono sotto la doccia e per tutto il giorno ti tormentano. La musica scalfisce, penetra nel cuore e nella testa, anche in quella degli idioti. Il Pifferaio Magico lo sa, la musica incanta, riempie l’anima e dirige le azioni, allevia la fatica, riduce la noia, tiene alto l’umore, gratifica, entusiasma. E allora musica!
Il consulente di carisma gli consigliò la musica classica, poiché attraverso disciplina, rigore, precisione gli avrebbe permesso di trasmettere al meglio i suoi comandamenti.
Grazie alla varietà dei movimenti musicali Faber diresse i lavoratori come marionette. Con un “allegretto con moto” o un “andante con brio” li faceva sgambettare come cavallette. Con un “allegro vivace” li teneva sui pezzi anche per 25 minuti di seguito. I lavoratori mantenevano il ritmo e senza accorgersene macinavano ore e ore di straordinari. Nemmeno un aguzzino a forza d’insulti e frustate avrebbe ottenuto di meglio.
In questo modo il patron poteva starsene sereno in poltrona, non si sgolava né si mangiava le unghie dal nervoso, come invece facevano altri capitani d’impresa.
Ecco, come si dirige – declamò davanti ai suoi cerebro-tecnici (i dirigenti). - Questa è la forza della musica classica, e allora usiamola per fare sgobbare quelli laggiù, mica per divertimento.
Ai dipendenti però piaceva un altro tipo di musica e dopo qualche tempo convinsero Ippomene a farsi avanti:
- Scusi signor patron, tutti i lavoratori sono stanchi di ascoltare “Stabat Faber”, “Gloria in excelsis SineQuaNon” e compagnia bella. Preferirebbero, rimanendo in tema si capisce, qualche brano di Madonna o Jesus Christ Superstar, oppure …
Faber lo inondò di parole.
- Ippomene, lei vuole proprio mettermi i bastoni tra le ruote. Quella è robaccia da figli dei fiori, e lei la sostiene? Me ne sbatto delle loro preferenze! Devono ascoltare i miei di comandamenti, non quelli di certi sbandati. Per farli lavorare come Dio comanda ci vuole l’Opera. Cosa crede, certi ordini non basta mica farglieli scendere dall’alto. Eh no caro mio, gli devono entrare in testa con la musica, altrimenti se la cantano e se la suonano ma non imparano un bel niente. Devono recitare i miei ordini a mena dito, come fanno a scuola i bambini con l’ambarabacicìcocò, così a forza di sentirli ci credono anche. Ecco, come si fa a dirigere una grande azienda.
Non farò come l’amministratore delegato della Oia che, quando si metteva a dare gli ordini, tirava in piedi sempre un gran casino. Non ci si capiva mai: “ma io avevo inteso così”
“però lei aveva detto cosà”
“ma allora avrebbe dovuto farmi capire che”
“lei non si sa spiegare”
“no, è lei che non riesce a capire”.
Insomma, io non voglio dirigere come quell’idiota: pensava una cosa, ne diceva un’altra, ne faceva una terza. E poi s’infuriava perché non gli tornavano i conti.
Nell’Opera il fraseggio è così preciso che non potranno esserci fraintendimenti: se si sposta anche solo una parola, tutto va in dissonanza. Quando mando giù un ordine i lavoratori non possono mica accampar scuse e cercare arrangiamenti del tipo: “ah, ma io l’avevo inteso così”; così un piffero! Devono cantare quello che dico io, così tengono impegnata la bocca e non fanno pettegolezzi. Devono aver la testa piena dei miei comandamenti, e basta.
Senza contare che li aiuto a fare team. Quando sentono il suono d’un’orchestra si muovono in armonia, assemblano i pezzi dei SineQuaNon che è un piacere guardarli. Se poi gli faccio arrivare giù anche un bel coro allora partono tutti in tromba, diventano una macchina perfetta, lavorano all’unisono come vogatori: “un due’ttre hop, un due’ttre hop”.
Ma quel che più conta è che gli posso fare tutte le carognate che voglio, anche sottrargli le ferie e la contingenza, basta che poi gli faccio cantare “l’Inno alla gioia”, allora non badano più ai torti e stantuffano sulle macchine come locomotive.
Quando voglio tenerli sul chi va là, basta che gli metta su “Ah! per l’ultima volta!”"/> o “Ah! qual colpo inaspettato”"/> e che poi urli all’interfono: - a buon intenditor poche parole! - In questo modo ognuno, pensando di aver combinato qualcosa di grave, si mette a testa bassa e assembla pezzi a più non posso. Ecco, come si fa a dirigere una grande azienda. Questa è la forza del melodramma, e allora usiamolo per fare sgobbare quelli laggiù, mica per divertimento.
Ippomene rimase senza parole, gli uscì solo un debole “eggià”.
(rielaborazione dal romanzo Il SineQuaNon – l’invenzione della speranza – di Diego Giob)
i La bellissima Atalanta, dopo l’insistenza del padre, accettò di scegliersi un marito a condizione che il promesso sposo si dimostrasse più veloce di lei nella corsa. Molti giovani tentarono. Alla fine vinse Ippomene perché, gettando a terra tre pomi d’oro, fece ritardare la fanciulla che si era chinata per raccoglierli.
"/> G. Puccini, Turandot.
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