|
versione stampabile >>
L’ARTE DEL COMANDO: lo Squeezing management
Per gestire il personale nella Fabbrica del SineQuaNon il gran manager Felix Faber elabora una strategia: attraverso la musica inculca i suoi comandamenti ai dipendenti. Con questo strumento la sua personalità acquista un forte potere grazie al quale lui può controllare il loro coinvolgimento. Ma alla fine alcuni lavoratori scoprono le contraddizioni dei suoi comandamenti e si rendono conto che il lavoro nella Fabbrica non è rose e fiori come avevano pensato.
Felix Faber lavorava come un pazzo, sempre rinchiuso in ufficio ad affinare la sua arte del comando attraverso fraseggi e partiture. Conosceva a memoria centinaia di pezzi musicali e li sapeva “strumentalizzare” con destrezza.
Maneggiava i “movimenti” della musica classica con la stessa abilità dell’aguzzino con la frusta. Quando voleva far lavorare di gran lena i dipendenti gli trasmetteva in cuffia dei “veloce”, dei “presto” o degli “andante con molto moto”; privilegiava il Largo al Factotum. Incitati da quel ritmo forsennato i lavoratori si agitavano attorno alle rondelle del SineQuaNon come marionette nevrotiche. Nel reparto dei “Centimani” per esempio facevano dei giochi di polso talmente veloci che sembrava “stessero sul pezzo” con cento mani.
Il Centimano Egeone in quel reparto ci sapeva fare, visto che prima di entrare nella Fabbrica aveva fatto il manovale nei cantieri edili. Ma proprio lì perse la sua manualità. Dopo che fu liquidato e mandato nel Dimenticatoio raccontò la sua storia.
- Quella musica me l’avevano sparata talmente nelle vene da farmi uscire di cotenna:
§ lalalalléero, lalalallà
presto prestissimo, bravo bravissimo
fortunatissimo per il lavoro
per il lavoro di qualità §
La cantavo sempre, anche fuori dalla Fabbrica. Era diventata un tormento. La cantavo a tavola, in bagno, e perfino a letto. Mia moglie aveva cominciato a preoccuparsi e mi aveva detto:
“Attento Egeone perché chi bàla senza sunadùr, o l’è mat o l’è balurt” (chi balla senza suonatore o è matto o è balordo).
E infatti non ragionavo più, era come se nella testa si fosse ammucchiata tanta di quella rasgadura (segatura) da assorbire tutto il sangue in circolazione. Quelle maledette rondelle avevo cominciato a vederle dappertutto. Le sognavo di notte. La mattina allo specchio mi vedevo due occhi a forma di rondelle, due orecchie a forma di rondelle, perfino i balòc (testicoli) mi erano diventati piatti come rondelle. E poi mi veniva di sbatacchiare sempre le mani, anche a letto in pieno sonno. Le braccia erano diventate snodate come un metro pieghevole. Le rondelle in quella Fabbrica te le facevano entrare proprio dentro nelle viscere a suon di musica.
Insomma, facevo giù rondelle come un bamboccio, tanto che ora ne porto addosso le conseguenze.
Fa sò rondelle come’n bambòs!
e mica puoi smettere così come dirlo, niente da fare, le mani sbatacchiano per i fatti loro e ti versi sul pigiama il caffè latte.
Fa sò rondelle come’n bambòs!
e ciulare (fare l’amore) con la tua donna magari all’inizio è piacevole, per lei, nella cavità in cui il gioco di polso premia l’orgasmo, ma poi anche tu vuoi la tua parte, e assicuro che non è facile star lì concentrato se ti sbatacchia la mano.
Fa sò rondelle come’n bambòs!
e nemmeno una firma per il mutuo riesci a scarabocchiare, ti salta fuori un arzigogolo da imbesuito (rimbecillito).
Fa sò rondelle come’n bambòs!
e nemmeno una semplice partita a carte con gli amici ti puoi più godere, né tenere in mano una canna o fare una remata in barca.
Fa sò rondelle come’n bambòs!
e se vuoi tornare alla normalità, altro che staccare la spina, la mano ti devi tagliare.
Faber conosceva un repertorio di sonate, bagattelle, sarabande, fanfare, ognuna adatta a sollecitare o lenire una particolare corda umorale. Era un abile giocoliere di partiture. Gli bastava una serenata per rabbonire gli animi degli ingaggiati, e poi giù! coi “presto” e i “veloce”. Le sue cure musicali erano più efficaci e immediate di una seduta dallo psicoterapeuta.
Era un manager con il senso della misura. Non poteva far tenere ai “Centimani” tutto il giorno quel ritmo frenetico. Così, dopo un po’, li faceva riposare con un breve “adagio cantabile”, poi gli trasmetteva un “largo spiccato”, un “allegretto”, e infine giù di nuovo con i “veloce” e i “presto”. Faber aveva studiato la resistenza dei corpi e sapeva arrivare con precisione fino al limite umano. Nella Fabbrica ne fece schiattare pochi, ma li estenuò tutti.
(rielaborazione dal romanzo di fantasy management Il SineQuaNon – l’invenzione della speranza – di Diego Giob)
PENSIERI OBLIQUI
- Nel romanzo la curva del comando di Faber, dopo aver raggiunto il picco euforico, (tutti desiderano lavorare per la Fabbrica del SineQuaNon), lascia trasparire le prime contraddizioni tra la recita e la realtà. Alcuni lavoratori si accorgono delle stonature nel suo stile, tutti gli altri invece sono ancora imbrigliati nel groupthinking, in quell’omogeneizzato di pensiero accecato dall’alone carismatico del gran manager. Faber cerca di fare azioni di restyiling per recuperare credibilità, ma ormai la maggioranza dei lavoratori lo vede per quello che realmente è: un re nudo, spogliato del mantello carismatico che ha intessuto con la retorica esortativa, gli slogan, le promesse, e non con la capacità, la coerenza. Il suo consenso va in caduta libera.
- Ogni leader aziendale ha la sua parabola del comando. Il suo obiettivo è di renderla il più ampia possibile e di non farla precipitare ma di farla slittare dolcemente, magari fino alla pensione. Scrive Robert Jakall in “Labirinti morali, il mondo ambiguo dei manager “: “La cosa più importante è correre più veloce dei propri errori, in modo che quando arriva il tempo del biasimo il macigno si abbatta su qualcun altro. Questi uomini hanno in genere una grande dose di energia che trascina gli altri, li sanno motivare prospettandogli una visione elettrizzante del futuro, sono come dei razzi luminosi, delle stelle filanti, dei fuochi d’artificio, sembrano unti dal Signore. Naturalmente, molte di queste stelle smettono di far faville da un momento all’altro e ricadono nell’oscurità della massa mediocre dalla quale provengono”.
- “Nel frattempo però devono raggiungere risultati. Un modo è spremere le risorse che gestiscono. La maniera più comune per farlo è differire il più possibile le spese per la manutenzione degli impianti (leggi formazione del personale), per la vera innovazione (diversa dalle banali iniziative promozionali fatte solo per tenere in motivazione i dipendenti). Sul breve periodo questa pratica viene chiamata affamare gli impianti, sul lungo periodo mungere gli impianti.”
Condividi su:
per ricevere automaticamente notizie in merito ad aggiornamenti nei contenuti >>
invia commenti e riflessioni a: feedback@sapereperfare.it
per proposte nell'ambito del progetto scrivi a: proposals@sapereperfare.it
|